mercoledì 30 maggio 2012

Il gufo e la morte - dueparole2 FeFe

Ecco qui la mia storia, ovviamente in ritardissimo! E' un tantino lunga, e forse un pochino "voluta", per i continui esami che mi hanno tolto la gioia di scrivere, spero tuttavia che vi piaccia :)
Buona lettura!

Il gufo e la morte


Bruno era disteso sul letto, attendendo ormai la morte. Era stato un illustre politico, attualmente in carica di senatore a vita nel suo paese. Tanti anni di fatiche lo avevano ingobbito e la sua corporatura si era pian piano deperita. Era stato soprannominato “il gufo” per svariate ragioni: il suo attaccamento al denaro lo portava a sfregarsi spesso le mani unendole verso il petto, mossa che lo faceva assomigliare ad un gufo appollaiato su un ramo; il suo essere subdolo e manipolatore lo faceva agire soprattutto di notte; ed infine a causa dei suoi occhiali grandi e spessi.
Mentre era steso ripensava alla sua vita, sempre segnata dalla cupidigia e dell’avarizia. Pensava che non c’era nulla di male nell’aver intascato parecchi soldi pubblici mentre altri morivano di fame, peggio per loro che avevano fatto una scelta di vita sbagliata. Pensava che non c’era niente di male nell’aver accettato bustarelle per far vincere appalti o per bocciare o  far approvare una legge, tanto lui poteva fare ciò che voleva, era al di sopra della legge.
Ed ora era steso lì in attesa. Sì, Bruno sapeva che la nera signora sarebbe arrivata presto e l’attendeva, ma non con rassegnazione: egli voleva sfidarla per restare in vita ancora. Era infatti troppo legato ai beni che la carriera politica gli aveva concesso e voleva goderne ancora, specialmente in un periodo come quello della crisi economica, in cui molti stentavano ad andare avanti, ed osservare la gente arrancare, avendo egli denaro e potere, lo faceva star bene.
Stava per assopirsi quando un vento gelido entrò nella stanza oscurandone le luci.
Capì che il momento era arrivato e si sedette in attesa della sua nemica.
Dal buio più profondo emerse una figura slanciata e nera dal volto scarno e raggrinzito, senza occhi e con inquietante ghigno. Si fermò a un passo dal letto del politico e guardandolo dal vuoto delle sue orbite pronunciò il suo nome in un freddo sussurro.
Bruno ebbe timore per la prima volta in vita sua e non riuscì a proporre la sfida alla cupa mietitrice, ma dalla sua bocca uscì solo un balbettio “t-t-t-ti p-p-prego.. la-lasciami i-in v-vita!”.
La nera signora non si mosse ma parlò in maniera decisa “Sapevo che me lo avresti chiesto, misero omuncolo. Ebbene ti accontenterò, ma non per farti restare ancora chiuso nella tua reggia circondato dall’oro, ingrassandoti come un porco! Dovrai uscire e, girando per la città, dovrai trovare una buona ragione da fornirmi per lasciarti vivere ancora. Se la riterrò valida, allora ti concederò altro tempo su questa terra. Hai in tutto ventiquattro ore… Buona fortuna, mortale!”
Detto ciò scomparve. Le luci nella stanza si riaccesero e Bruno rimase per un attimo ancora tremante rannicchiato sul letto. “Trovare una buona ragione.. ma l’oro, il denaro, il potere non sono ragioni abbastanza valide?” si domandava il gufo. Dopo alcuni attimi, decise di vestirsi ed uscire, in cerca della buona ragione da fornire alla Morte al suo ritorno.
Erano all’incirca le tre del mattino ed era gennaio: faceva freddo.
Uscito dal suo palazzo, si diresse verso la stazione centrale della città. Nel tragitto incontrò soltanto alcuni ragazzi ubriachi che cantavano a squarciagola canzoni a lui ignote. “Che feccia! Sfaticati senza speranze che finiranno falliti come i loro genitori! Bleah!” pensò il gufo guardandoli con disprezzo, e continuò a camminare.
Arrivato alla stazione non trovò nessuno se non alcuni senzatetto che cercavano riparo dal freddo sotto le tettoie laterali dell’edificio. Si avvicinò verso di loro e li vide stesi e rannicchiati sotto un pezzo di coperta scucita mentre tremavano tentando invano di vincere il freddo. “Che ci fate qui? Non avete una casa dove andare?” urlò il gufo.
“No signore – rispose uno di loro - Siamo caduti in disgrazia. Non abbiamo più un posto dove vivere.” “Ma da dove venite?” domandò Bruno “Alcuni di noi sono di qui, altri sono stranieri, venuti in cerca di fortuna da terre lontane, ma hanno trovato solo altra miseria e disperazione” rispose un altro del gruppo, indicando alcuni barboni neri poco più in là, anche loro rannicchiati in un angolo. “E quindi vivete così? In mezzo alla strada?” “Sì, buonuomo, viviamo qui. Ogni tanto riusciamo a trovare rifugio in alloggi di fortuna, e quando possiamo mangiamo alla caritas”. Il gufo aveva sempre saputo dell’esistenza dei senzatetto, ma non si era mai trovato faccia a faccia con loro, e li aveva sempre considerati feccia dell’umanità; ora invece, ascoltando le loro storie e condividendo in parte la loro sofferenza, riusciva finalmente a capire la sofferenza. Rimase con loro fino all’alba.
Una volta spuntato il Sole, li salutò augurandogli buona fortuna per il futuro, ed allontanandosi si sentì cambiato.. Sentiva qualcosa dentro che non aveva mai provato prima e che non riusciva a capire..
Con questa nuova sensazione nel cuore, dopo aver deciso di cambiare zona per esplorare la città, scese le scale della metropolitana. Entrò in un treno affollato, dove a malapena si respirava e sentì le proteste dei pendolari, che lamentavano di essere stipati su carri bestiame come animali, di non avere il minimo rispetto da parte dei governanti, e che non sopportavano più questo tipo di vita. “Effettivamente – pensò il gufo – non riuscirei nemmeno io a vivere così.. Ma come fanno delle persone a sopportare tutto questo?”, e quindi lo domandò ai suoi compagni di viaggio. “Che vuole che le dica? Abbiamo protestato, abbiamo manifestato, scritto lettere, bloccato i treni, tentato di tutto, ma la situazione non è cambiata. I politici non ci ascoltano, pensano solamente ai loro interessi. Noi cosa potevamo fare di più? Una rivolta popolare? Abbiamo delle famiglie a cui pensare, dei figli da crescere, non possiamo permetterci di perdere il lavoro, altrimenti finiremo in mezzo alla strada!” rispose uno dei pendolari mentre gli altri annuivano. Il gufo allora preferì non parlare più. Aveva capito anche la loro situazione, che sebbene fosse migliore di quella dei barboni, era precaria e appesa un sottile filo che si sarebbe potuto spezzare al prossimo licenziamento di massa.
Scese dal treno ad una stazione situata in periferia. Uscito in superficie vide un gruppo di ragazzi intenti a picchiare un loro coetaneo. Il gufo si avvicinò urlando “Basta! Smetterla! Lasciatelo stare, o chiamo la polizia!”. Gli aggressori si spaventarono e fuggirono. Il gufo aiutò il ragazzo a rialzarsi e gli chiese cosa avesse fatto per meritare un trattamento così barbaro. Il giovane rispose “Signore.. vede.. io sono omosessuale, e in un posto come questo non è una cosa vista di buon occhio. Devo sopportare ogni giorno battute pesanti ed insulti, oltre ad essere malmenato da loro quando gli gira male. Ma non picchiano soltanto me.. Ieri hanno aggredito una ragazza romena, e l’altro ieri un ragazzo di colore. Disprezzano chi è diverso da loro, persino gli anziani! Ed arrivano ad atti come questi molto spesso.. noi “diversi” qui non abbiamo dignità.. spero solo di potermene andare lontano un giorno..” e ringraziando il gufo per averlo aiutato se ne andò zoppicando. L’anziano politico provò molta tristezza. Pensò che sarebbe potuto capitare anche lui. Cosa avrebbe fatto in quel caso? Sarebbe morto sotto i colpi di un gruppo di teppisti? E per la prima volta capì cosa fosse la dignità e il rispetto per gli altri.
Allontanandosi dalla stazione, iniziò a camminare tra i “casermoni” popolari. Era un paesaggio triste: enormi case si susseguivano tutte uguali per un paio di chilometri. La natura sembrava aver abbandonato quel posto: solo di tanto in tanto spuntava un albero, per giunta trasandato, e sprazzi d’erba selvatica che spuntavano tra le mattonelle sconnesse dei vialetti. I palazzi erano alti e grigi, di forma rettangolare. Camminò a lungo tra le abitazioni. Sentiva un senso di ansia e tristezza crescergli dentro: come si poteva vivere in un posto del genere che al solo passarci toglie la gioia di vivere?
Nel suo peregrinare incontrò una signora anziana con una bambina. Si avvicinò e chiese alla donna come poteva vivere in un posto del genere. “Eh, che devo fare? La mia pensione è al minimo, non posso permettermi una casa in un posto più centrale. Anche mia figlia vive qui vicino; lavora molto perché è sola, non può permettersi una baby sitter e allora tengo io la bambina durante il giorno. Mi fa piacere. Certo il posto qui è brutto, ma le racconto favole per far sì che la sua mente evada da questo luogo e possa distrarsi con la fantasia” così disse la donna, e, guardando il sorriso della bambina abbracciata al ventre della nonna, al gufo scese una lacrima.

Era notte. Il gufo non riusciva a dormire. Attendeva, come la notte precedente, la nera signora, che giunse puntuale alla stessa ora del giorno prima, preceduta dal gelido vento.
“Allora, mortale, dimmi: hai trovato una buona ragione affinché la tua vita continui ancora?” chiese la morte.
“A dir la verità sì, oscura presenza. Ho capito. Dopo tanti anni di vita ho finalmente capito il mondo. Ho compreso cos’è la sofferenza umana, cosa significa vivere di stenti, senza una speranza per il futuro. Ho toccato con mano le difficoltà delle vite altrui, ho capito che con l’oro ed il potere non si compra la felicità, ma che essa si può trovare anche solo nel sorriso di un bambino. Da oggi per tutti i giorni che mi restano, anche se saranno pochi, mi batterò tra i miei colleghi affinché comprendano anche loro il modo giusto e corretto per governare, e dove e come il nostro intervento possa rendere lieta la vita di altri esseri umani.”
In quel momento il gufo fu investito da una forte luce bianca e, non appena riuscì ad aprire gli occhi, si trovò davanti una figura angelica, che nulla aveva a che vedere con la ripugnante ed oscura signora di prima. La splendida creatura parlò: “Io sono l’altro aspetto della morte: la rinascita, il bianco, quello che scaturisce da ciò che prima era avvizzito. Tu, Bruno, sei rinato. Il tuo lato meschino è defunto, sei una persona nuova. Sono lieta che tu abbia finalmente compreso cosa significhi essere umani. È per questo che ti ho concesso ancora del tempo, affinché tu capissi la sofferenza altrui, e tu possa anche solo con un piccolo gesto, rendere migliore la vita delle persone che governi. Non ti resta molto tempo, sei già vecchio, ma quel poco che ti rimane, utilizzalo al meglio. Buona fortuna!”. Così dicendo la morte scomparve in un lampo di luce bianca, lasciando solo il gufo.
Da quel giorno egli mise a disposizione i suoi averi per gli altri, e combatté una dura battaglia nel governo affinché questo avesse a maggior cura la vita umana più che gli interessi economici. E come era rinato morì in un giorno dell’inverno successivo. Ed ora sulla sua tomba crescono rigogliosi degli incantevoli fiori.

FeFe

4 commenti:

  1. "I gufi non sono quello che sembrano..."

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  2. Amico palesemente ti sei nascosto nell'ombra per giorni e giorni scrivendo questa storia e pubblicandola in ritardo...perchè hai prodotto un qualcosa di bbbellissimo! Bravo amicoammè! Mi stupisci con ogni nuovo racconto...presto sarò costretta ad ucciderti C:

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  3. le due facce dei signori gufi! amico finalmente sei riuscito a scrivere contro le metro!

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    1. non ho scritto contro la metro, ma contro chi la gestisce! :)

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