martedì 22 maggio 2012

Luna e il Gufo


Con dueparole2 siamo sclerati ed alla velocità della luce siamo partiti a scrivere :)
Questa storia mi ha dato non pochi problemi, perchè ho iniziato a buttare giù i primi paragrafi proprio A CAVOLO senza avere la più pallida idea di quel che sarebbe accaduto. Spero che questo non si evinca da ciò che ne è uscito alla fine ;P

Luna e il Gufo


<<Stasera, piccoli pesci, voglio raccontarvi la storia di come, molto prima che usciste dall’uovo, la nostra Fontana è diventata come oggi la vediamo. Dovete infatti sapere che non sempre le nostre acque sono state, nella notte, del colore nero del luccio, ma che anzi v’è stato un tempo in cui puntualmente al calare del Sole un pallido bagliore soleva bagnarne clemente la superficie cristallina. Io ero solo un giovane pesce rosso, a quel tempo, ma ricordo tutto perfettamente e posso definirmi un testimone; come fosse ieri, certe notti mi sembra di vedere di nuovo la luce perlacea emanata da Luna riflettersi e danzare pigramente sulle mie pinne. Eppure ormai so bene che quella luce non tornerà più: perchè Lei ha deciso di andare via. 

 Luna indossava un vestito bianco, luminoso come il riflesso della luna in uno specchio d’acqua.
 Ogni sera la trascorreva seduta sul bordo della grande Fontana, sfogliando tra le pallide mani un misterioso oggetto composto di tanti sottili fogli di carta; e il suo riflesso nella nostra acqua illuminava le lunghe notti in quell’era lontana. Se Lei riposava appoggiando il mento sulle ginocchia, il vasto alone bianco del suo vestito di luce la faceva sembrare una luna piena;  quando si sgranchiva arcuando la schiena, invece, il riflesso imitava perfettamente la forma aggraziata della mezzaluna.
 Era, Ella, un’amante della notte, ed alla notte donava con la sua presenza la bianca luce del giorno.

Lui era inguainato in un completo nero che ne evidenziava la figura emaciata, seppur in parte celata da un pesante mantello intessuto con centinaia di piume di gufo brune, notevole segno distintivo di un bravo cacciatore; era un puro figlio del crepuscolo e dell’oscurità. 
Apparve per la prima volta in una fresca notte di Ottobre; e da allora tutti i giorni al calar del Sole si avvicinò alla Fontana fermandosi alle spalle di Lei senza emettere un suono,  tanto che persino il suo mantello pareva non voler frusciare al vento per non rovinare la solennità di quell’assenza di rumore: è leggenda ben nota tra i pesci e tra gli uomini che il cacciatore, indossando in qualche modo le proprie prede, ne assuma le qualità. Ed i molti gufi che, per mano dell’uomo col mantello, avevano perduto vita e piume, gli avevano conferito il dono del silenzio.
Nessuno di noi, dalla Fontana, l’ha mai notato passare, nemmeno Luna;  io soltanto, che posso considerarmi un pesce piuttosto sveglio, l’ho subito individuato vedendo il bagliore di Lei riflettersi di tanto in tanto sulle sue piume di gufo o nei suoi grandi occhi scintillanti. Per settimane o forse mesi  egli continuò ad avvicinarsi alla Fontana ed io lo tenevo d’occhio. Giungeva e per ore ed ore, non visto, contemplava Luna, quella magica creatura che faceva impallidire al confronto il grosso astro bianco lassù, lontano lontano nel cielo, che è la luna degli esseri che vivono in superficie.

Poi una notte ciò che avevo temuto accadde, senza che io potessi far nulla: egli gettò in terra il suo scuro mantello di gufo, così che noi tutti ed anche Luna fossimo in grado di vederlo chiaramente. Lei alzò gli occhi per scrutarlo in viso, ma per il resto non si mosse: immobili, i due si fissavano. Quando infine lui si avvicinò a grandi passi, anche Lei si alzò in piedi. A lungo stettero così, i due, tanto che vedendoli fu chiaro come si completassero a vicenda. Il Gufo e la Luna, così diametralmente opposti,  si appartenevano. Iniziarono a parlarsi e le loro voci non avrebbero potuto suonare così diverse l’una dall’altra: bassa e rasposa quella di lui, dolce e cristallina quella di Luna. Pur non essendo in grado di comprendere cosa dicessero ascoltammo come incantati, per la prima volta, le melodiose parole della nostra benefattrice. Ma dovemmo imparare sulle nostre scaglie che le cose belle non durano per sempre.
Fu così che, improvvisamente, la perdemmo. L’ultima volta che vidi il suo miracoloso bagliore fu quando si piegò brevemente a raccogliere il pesante mantello di piume; un attimo dopo, lo gettò sulle sue bianche spalle e su quelle di Gufo al contempo e anche Lei come lui divenne buia.

Da allora scomparve dal giardino e dal bordo della Fontana; non più tornò ad illuminare le nostre notti che sono diventate atte solo al dormire. 
Eppure continua ad esserci tra di noi qualche sciocco che spera, un giorno, di vedere la nostra Luna sedersi accanto alla Fontana per farci nuovamente dono di quella bianca luce che Gufo egoista ha voluto rapire e avere solo per sé.>>


Marghe/ElfoMiope

lunedì 21 maggio 2012

Storia di un gufo diurno


Questa volta posto per prima sulle parole gufo e bianco! Gioitevela!

Storia di un gufo diurno


Fin da quando era piccolo lo avevano soprannominato Gufo: naso ricurvo come un becco, grandi occhi penetranti e sopracciglia cespugliose. Inoltre quando si arrabbiava sembrava arruffare le piume, gonfiandosi fino a scoppiare e afferrandosi con dita simili ad artigli a qualunque cosa gli capitasse. Decisamente non era stato un bel bambino, ma a differenza di altri era stato chiamato con affetto "gufetto della mamma".
Un altro dettaglio importante: il signor Gufo era cieco dalla nascita.
Il signor Gufo, infatti, non aveva la benché minima idea di come diamine dovesse essere un gufo.  Eppure, il signor Gufo era intimamente felice: sapeva di conoscere il mondo in misura maggiore di molti altri che invece potevano vederlo. Nessuno più di lui riusciva a comprendere il piatto di lasagna che la signora Cesira gli preparava tutti i mercoledì:  la complessità del suo sapore, dovuto ai molteplici stati che lo componevano e il suo profumato tepore. Con un solo assaggio riusciva perfino a capire quanto ci fosse di un certo ingrediente o di un altro e, soprattutto, se la signora Cesira ci avesse messo o no la salsiccia che le portavano i suoi parenti umbri.
Quando passeggiava nel parco, camminava sorridendo: il ronzio di un insetto, le voci dei bambini, e anche il bestemmione di un adulto che aveva pestato una cacca di cane, diventavano una sorta di "unicum" armonico, scandito ritmicamente dal suono dei passi del signor Gufo.
Si poteva dire che fosse addentro il mistero delle piccole cose, quelle che la maggior parte delle persone attraversa senza vivere, limitata com'è dai propri occhi. E grazie a questa consapevolezza, il signor Gufo aveva creato quella che definiva la teoria dell'orologio: non c'è un solo uomo al mondo, che lasciato in una stanza piena di oggetti, non finisca per escludere il suono ritmico di un orologio che scandisce i secondi. Questo perché gli occhi conducono una persona a dimenticarsi della totalità per cercare solo ciò che attira la loro attenzione. E se anche fossero portati a concentrarsi sull'orologio, perderebbero tutto il resto, a meno che non lo osservino col cuore.
Il signor Gufo portava il bastone solo perché era certo che aumentasse il suo fascino. Aveva spesso sentito parlare di gentiluomini in frac e tuba che, armati di un elegante bastone, fendevano la folla con passo sicuro e aveva deciso di volergli assomigliare. L'unico problema era che i frac erano scomodi e costosi e che non aveva idea di dove avrebbe potuto trovare una tuba. Così si era accontentato di girare per la città accompagnato da un lungo e pesante bastone di noce, che più di una volta aveva fatto inciampare il prepotente di turno.
Oltre che a questi piccoli piaceri quotidiani, il signor Gufo dedicava la sua vita ai fiori: la sua casa era piena della loro fresca fragranza e in ogni stanza si trovavano innumerevoli piante.  Rose, gigli, violette, orchidee e molte altre piante, che avevano operato un piccolo miracolo per il signor Gufo: gli avevano permesso di vedere i colori. Non avrebbe mai scordato la prima volta che accadde: stava mettendo il concime su un'orchidea e, mentre era tutto indaffarato a sollevare il pesante sacco, alle narici gli arrivò l'odore della pianta e contemporaneamente ad esso, un lampo rosa balenò nell'oscurità dei suoi occhi. Per lo stupore gran parte del concime finì sul pavimento, ma il signor Gufo non se ne curò e rimase immobile mentre i piccoli granelli rotondi rotolavano ai suoi piedi. Lui aveva visto! E aveva visto perché poteva sentire! La gioia del signor Gufo era immensa e iniziò a camminare come un folle per la casa, passando da una pianta all'altra e ogni singolo fiore iniziò a regalargli il suo tesoro più grande. In un attimo la mente del signor Gufo era abbagliata da un tripudio di colori che fino a quel giorno aveva conosciuto solo di nome: il giallo riluceva inseguito da un rosso scarlatto che si confondeva in un azzurro luminoso per tuffarsi in un blu oltremare!
Poi, il signor Gufo cessò la sua danza estatica e con il cuore in gola si diresse in cucina, dove si trovava una splendida orchidea. La signora Cesira ne aveva sempre tessuto le lodi, dicendo di non aver mai visto una pianta più curata di quella: era l'orchidea bianca più bella che avesse mai visto.
Bianca, quell'orchidea era completamente bianca, pensò il Signor Gufo. Tra tutti i colori che ancora danzavano nei suoi occhi ciechi, il bianco era l'unico che mancava. Ed era quello che meno riusciva a immaginare: era l'esatto opposto dell'oscurità in cui aveva vissuto per tutti quegli anni, era la luce del giorno in cui nessun gufo si era mai avventurato. Sapeva che il fiore era esattamente davanti a lui, ma non trovava il coraggio di avvicinarsi. Con uno sforzo immane fece un passo in avanti e il profumo dell'orchidea lo avvolse. E a quel punto fu come ricongiungersi ad una parte si sé che non aveva mai conosciuto: nella sua mente apparve per la prima volta nella sua vita, un'alba di cristallo. E in quel bozzolo di luce iniziarono a cadere piccole gocce di pioggia, lacrime che si andarono dolcemente a posare sui morbidi petali del fiore.

Cami/Bradipo

dueparole2

Le parole per la seconda settimana, scelte dalla nostra Flo', sono:

-gufo
Nome comune di varî uccelli rapaci notturni, caratterizzati dal disco facciale completo e ben distinto, e appartenenti a varî generi


-bianco
Di colore chiaro (spesso in contrapp. a scuro o nero)

Buona scrittura! A domenica! :)
FeFe

sabato 19 maggio 2012

La divinità


 Come sempre arrivo in ritardo, ma nonostante questo, eccomi qui! Una Bradistoria per voi sulle parole telescrivente e banana!

La divinità


L'intera capanna era invasa dal calore, proveniente da un grande fuoco attorno al quale si erano radunate una decina di persone. Si passavano silenziosamente una lunga pipa di legno decorata con piume colorate, facendo lenti anelli di fumo. Dopo ogni soffio, il fumo saliva per riunirsi alla nuvola più grande prodotta dalle fiamme che guizzavano nel centro della stanza. Non appena l'ultimo sbuffo fu scomparso, un uomo calvo dal naso aquilino si alzò in piedi e prese la parola.
"Sono passate due lune da quando il dio ci ha parlato. Due lune soltanto ci separano dall'oracolo che ha diviso la nostra tribù!"
Con un gesto lento e calcolato, indicò una specie di altare in legno sul quale si trovava, in mezzo a incensi e candele, un astruso marchingegno di metallo. Se gli uomini nella stanza avessero saputo dare un nome alle sue componenti, avrebbero chiamato schermo il piccolo rettangolo luminoso su cui appariva la voce del loro dio, tasti i quadratini con le lettere e telescrivente l'intero macchinario.
"Nessuna banana, queste sono state le sue parole. E posso testimoniare che ciò è vero: avete la mia parola di Capo Tribù e Voce del Dio. Ero proprio in questa stanza quando la luce del Dio è apparsa per donarci il Suo comandamento! Oggi mi rivolgo a voi, fratelli, poichè la piaga dell'eresia deve essere debellata, nel nome della pace e della serenità di tutti. Dunque invito coloro che hanno delle novità a parlarne al Consiglio."
Il Gran Sacerdote si sedette, in attesa. Il suo sguardo penetrante scrutava i presenti come un falco pronto ad artigliare la preda. Esattamente nel punto opposto del cerchio rispetto a dove il Gran Sacerdote era seduto, si alzò in piedi un giovane dalla lunga barba intrecciata.
"L'embargo della banana procede bene, fratelli!" disse, ma non appena aprì la bocca per continuare fu interrotto da un anziano barbuto che, restando ostinatamente seduto, sbottò:
"E chi si occuperà di questo Dio quando tutta la tribù sarà morta di fame?"
Il Gran Sacerdote lo fulminò con lo sguardo. Se avesse potuto fare di testa sua, il vecchio avrebbe raggiunto già da tempo il Dio che tanto disprezzava. Tuttavia, la tribù amava quel vecchio pazzoide, il folle senza tempo che non segue nessuno, ma che trascina tutti con sé. Si era già ribellato una volta, quando il Dio aveva proibito la musica, costruendosi un flauto e passando le giornate a soffiarci dentro. Purtroppo non poteva essere condannato in alcun modo: infatti, i suoni che produceva erano la cosa più lontana dalla musica che esistesse. E la tribù invece di ridere di lui, rideva con lui degli errori che faceva!
"Fratello mio" disse con un sorriso stiracchiato "Vi è tanto cibo che cresce nei boschi, che possiamo raccogliere o coltivare. Gli animali ci forniscono la carne e le pelli, di che altro potremmo aver bisogno, se non della luce del nostro Dio?"
La risata del vecchio riempì la stanza e il fumo sembrò diradarsi.
"Quanto sei sciocco e cieco, Gran Sacerdote! Conosci forse tu il pensiero degli animali? E se dovessero migrare, cosa mangerà la tribù, se non potremo usare le immense scorte di banane secche che possediamo? Come faremo a far crescere in tempo altri raccolti, visto che non abbiamo semi? O forse il Dio ti ha parlato anche di questo?"
Gli occhi dell'uomo brillavano luminosi e ironici, guizzando su quel volto antico e segnato, per poi riflettersi in quelli scuri come la notte del Gran Sacerdote.
"E vorrei aggiungere ancora una cosa, fratelli miei: siamo al culmine dell'idiozia! Infatti non pochi si sono ormai dati alla castità! E per quale motivo, secondo voi? Per il divieto di banane!"
 Il vecchio rise di gusto e non pochi altri lo seguirono, per  essere immediatamente fulminati dallo sguardo furente del Gran Sacerdote.
"E tu," continuò impietosamente il vecchio, adesso rivolto al barbuto che aveva interrotto " lo sento forte e chiaro dalla mia capanna come pratichi il tuo embargo della banana!"
Il povero giovane non potè fare altro che arrossire cercando di farsi piccolo, piccolo, schiacciato dal peso di svariati occhi che lo fissavano.
La rabbia del Gran Sacerdote aveva raggiunto il punto critico: un tic leggero al labbro e l'apertura meccanica e involontaria delle dita lo confermavano.
"Tu!" tuonò stralunato, puntando il suo indice tremante contro il vecchio, come se fosse una lancia. "Distruttore, eretico, malfidato! Come osi parlare, anche solo respirare in questa sacra stanza! Verrai fustigato, lapidato, preso a calci e..."
"Condannato a scivolare in eterno su una buccia di banana, magari?" ridacchiò bonariamente, mentre cercava di evitare gli spruzzi di saliva che schizzavano dalla bocca del Gran Sacerdote. Poi, con una calma esagerata e una strana luce negli occhi, si alzò in piedi e disse "Credo che sia giunto il momento che ti riveli una cosa, amico mio: io sono il tuo dio!"
La rivelazione del vecchio fu accolta da un istante di sorpreso silenzio, seguito dalla folle risata del Gran Sacerdote.
"Sapevo che eri pazzo!" gridò voltandosi verso i presenti "Quest'uomo una divinità! Sarai condannato per questo!" rise istericamente.
Il vecchio non si scompose e con tono leggero rispose:
"Posso dimostrartelo."
Il Gran Sacerdote lo guardò sbigottito e, cercando di trattenere una risata sprezzante sbottò:
"E come, con un miracolo?"
"Posso fare di meglio."
Detto questo l'uomo uscì dalla capanna. Nessuno dei presenti aveva provato a fermarlo e, a dire il vero, nessuno avrebbe voluto davvero farlo: erano tutti troppo curiosi di scoprire cosa sarebbe successo. In pochi minuti l'uomo rientrò nella capanna, ma non era solo: un piccolo gruppo di persone lo seguiva e portava sulle spalle quella che sembrava essere un'altra divinità, ossia, un'altra telescrivente. Il Gran sacerdote sembrava sull'orlo di una crisi di nervi e si torceva nervosamente le mani, come se immaginasse di strangolare qualcuno.
Il vecchio intanto si era avvicinato alla telescrivente e aveva iniziato a battere sui tasti. Come per magia, lo schermo dell'altra si illuminò e vi apparve la scritta: -adesso mi credi?-
Ciò che accadde subito dopo quest'evento è vago e confuso: c'è chi narra che non appena vide la scritta, il Gran Sacerdote si sia lanciato con un coltello in mano verso il vecchio uomo, ancora chino sulla telescrivente. Altri dicono che il suo cuore non abbia retto al colpo, oppure che abbia iniziato a venerare il vecchio come un dio.
Ciò che invece non raccontano è la lunga corsa nella notte del Gran Sacerdote fino al banano più antico della piantagione. Tuttavia, benchè nessuno sembri credere a questa storia, quando non ci sono banane sui rami dell'albero, i membri della tribù ne lasciano sempre qualcuna vicino alle radici. E pare che se si è abbastanza scaltri e veloci, di tanto in tanto si riesca a vedere una mano che le afferra.

Cami/Bradipo

giovedì 17 maggio 2012

Mare (dueparole1 - FeFe)

Ecco qui anche il mio racconto con le prime due parole: banana e telescrivente!
Non è molto lungo, ma ho provato a condensare brevemente una mia piccola riflessione.
Buona lettura! :)

Stava seduto alla sua scrivania come tutte le mattine. Lavorava con la sua telescrivente mangiando una banana. Era bravo nel suo lavoro. Stava con la testa china tutto il giorno a scrivere informazioni per i suoi capi.
Tutte le sere staccava dal lavoro e, sempre a testa china, tornava a casa da sua moglie e dai suoi figli, con cui cenava. Poi andava a letto.
La mattina dopo si svegliò come al solito presto. Fece colazione, si lavò, salutò la moglie ed uscì di casa. Si recò al lavoro e si mise subito chino sulla telescrivente. Durante la pausa mangiò una banana, come sempre, poi si rimise a lavoro. Uscì alla stessa ora per tornare a casa, sempre con la testa china. Dopo cena la moglie si arrabbiò con lui, disse che da tempo ormai non era più felice, che si sentiva male, voleva scappare da quel posto alienante, lo supplicava di andar via. Lui stava con la testa china e non rispondeva, così andarono a dormire.
La mattina dopo si alzò presto, fece colazione, salutò la moglie e andò al lavoro. Si mise chino sulla telescrivente, mangiò una banana e tornò a casa. Rientrato si accorse che la moglie e i figli non c’erano più. Al loro posto un biglietto sul tavolo con scritto “Non ce la faccio più a vivere così, vado via e mi porto anche i nostri figli perché non si ritrovino anche loro vittime inconsapevoli di un mondo così ostile”. Dopo la lettura non ebbe alcuna reazione. Cucinò, mangiò e andò a dormire.
La mattina dopo si alzò, fece colazione e senza salutare nessuno, perché nessuno c’era rimasto, andò al lavoro, chino sulla sua telescrivente, mangiando sua banana.
Tornò a casa, mangiò, dormì.
Lo stesso ritmo si ripeteva senza cambiamenti ormai da molti anni, ed andò avanti un anno ancora. L’unica cosa che rompeva la routine era una telefonata della moglie una volta alla settimana, in cui ella lo incitava a raggiungerli lì dov’erano, in un posto diverso, dove c’era il sole, dove si poteva ridere, dove non c’erano né telescriventi né banane. Lui annuiva, con la testa perennemente china, poi mangiava e andava a dormire.
Una mattina si alzò, fece colazione, ma quando andò in bagno per lavarsi accadde qualcosa che non era mai avvenuto: per la prima volta si guardò allo specchio con profondità, fissando il riflesso dei suoi occhi. Non erano spenti né grigi, erano di un verde limpido come l’acqua del mare, e come questa altrettanto profondi. Era come se potesse guardarsi dentro e per la prima volta scoprì se stesso. In quell’abisso non vedeva né uffici, né banane, né telescriventi. Vedeva un uomo, vedeva i suoi sogni estirpati troppo presto dalla sua anima, vedeva le sue speranze di bambino, vedeva i suoi pensieri e i suoi desideri più reconditi. Era ipnotizzato da quella visione, non riusciva a staccarsi dallo specchio, da sé stesso.
Quella mattina per poco non fece tardi al lavoro, dove arrivò sudato e scomposto, dopo una lunga corsa attraverso il viale principale. Si sedette alla scrivania per scrivere, ma per la prima volta notò una grande finestra sita proprio davanti la sua scrivania, a cui non aveva mai fatto caso. Da quella finestra si vedeva il mare, l’orizzonte, le barche che fluttuavano dolcemente su quella superficie calma. Lo fissò a lungo, chiedendosi cosa ci fosse al di là di quella grande distesa. Per la prima volta fu preso dalla curiosità di esplorare, di scoprire, di conoscere. Tanto che si dimenticò della telescrivente sotto le sue dita, e non mangiò la sua banana.
Uscendo dal lavoro non tornò a casa, ma si diresse verso il molo, che non aveva mai visto.
Sedette sul limite della banchina e rimase incantato dal tramonto. Il Sole scompariva dietro l’orizzonte, lasciando una soave scia di colori. Trasmetteva calma e serenità. Per la prima volta egli alzò la testa e sorrise. Poi tornò a fissare il male, come se ormai fosse parte di lui. Quando il Sole ormai scomparve del tutto, fece per alzarsi, ma notò una piccola barca a remi abbandonata sotto il molo. Allora scese sulla spiaggia umida e mise in mare la barchetta. Galleggiava: poteva navigare. Salì e prese uno dei due remi adagiati nella conca, ed iniziò a remare, lasciando pian piano il porticciolo. Andò sempre più avanti, fino alla linea dell’orizzonte e poi scomparve.
La mattina dopo gli impiegati si alzarono presto, fecero colazione, salutarono le proprie famiglie, e si recarono chini al lavoro. Ma lui no, non c’era più, era ormai lontano da telescriventi e banane, finalmente libero e consapevole di esserlo. 

FeFe

Il capitano Bakkebaarden ed il terribile saccheggio delle banane

Cari, dolci e freschi lettori, ho tardato a presentarmi sul mio stesso blog (*il noooostro blog*, direi con voce da Gollum) ben sapendo che chiunque possa mai voler leggere un qualcheccosa scritto da me debba probabilmente essere qualcuno che già mi conosce e che mi vuole un gran bene. Sennò la cosa non si spiegherebbe.
A parte le mie auto-denigrazioni, vi annuncio che oggi, TATTARATà-TATà, vi ho portato una storia! Forse una favola, più che altro. Forse sono ossessionata dalla favole. Forse ora la smetterò di cianciare e copiaincollerò qui il racconto che le oscure parole di Carlo (banana-teletrasmittente) mi hanno ispirato.
Forse vi saluterò con un grande sorriso e con altrettanto grandi occhiaie! Buona notte, buona notte :) Miao!


Il capitano Bakkebaarden ed il terribile saccheggio delle banane

Correva l’anno 1901. Correva anche una nave, fendendo impietosa le acque dell’oceano e guadagnando con la fatica e la lotta contro le onde ogni metro rimanente che la separava dalle rigogliose coste d’Africa.
Ma più della nave (essa non aveva infatti alcun segno particolare che la distinguesse dalle altre navi) a noi interessano gli uomini che avevano vissuto  per settimane su quello sgraziato ammasso di metallo, senza soste. Già è importante notare, per capire le vicende qui narrate, che uomini disposti  a passare settimane facendo assaggiare ai propri piedi null’altro che il gelido acciaio, il cuoio delle scarpe e forse, a volte, il legno, son di certo stranissimi animali. Questi uomini, come se non bastasse, erano comandati da un animale ancor più strano:  era, egli, il capitano Bakkebaarden.
Il capitano Bakkebaarden coltivava strani vizi che erano diventati molto comuni tra i suoi simili. Amava infatti fumare la pipa, sputacchiare, tracannare litri di una sostanza velenosa misteriosamente chiamata alcool, sputacchiare e imporre la propria volontà su quella degli altri. Un suo ulteriore vizio, che condivideva con gli uomini del suo equipaggio, era inseguire navi mercantili, colpirle ripetutamente con fragorose cannonate ed infine saccheggiare tutte le ricchezze racchiuse nelle stive.
Il destino volle che su una di quelle sventurate navi, incontrata poco al largo della costa africana, i nobili filibustieri trovassero due telescriventi.  Queste erano all’epoca macchine innovative e dal grande valore; rimuovendo da una delle tastiere il cadavere di un marinaio trafitto da una baionetta, il capitano Bakkebaarden in persona si impossessò delle telescriventi e le riportò con sè nella propria cabina. Da allora, nessuno le vide più, nè se ne interessò. Fino a che...
Fino a che i nostri non gettarono l’ancora in una piccola spiaggia del Congo.
Bakkebaarden scese sulla terraferma e scelse di portare con sè in esplorazione un ristrettissimo gruppetto di uomini accuratamente selezionati: Hoofddeksel, un biondone roseo di due metri e sette centimetri, facilmente riconoscibile per l’elmo cornuto che indossava come discutibile tributo ai suoi antenati vichinghi;  Zekering, un nanetto scuro di capelli che sembrava l’antitesi di ogni altro marinaio presente sulla nave e che aveva una incontrollata passione per il fuoco;  e il giovane Kai, scelta dubbia ed inspiegabile in quanto costui era un marinaio smilzo, lentigginoso e pauroso che aveva trascorso i tre quarti del viaggio a vomitare sul ponte e a ripulirlo.
Quelle giornate furono gloriose, per l’equipaggio rimasto sulla nave: notte e dì vollero bere e dormire i marinai, ora che era lontano il feroce capitano Bakkebaarden. Quel che non sapevano e che probabilmente non avrebbero mai trovato interessante, non potendo prevedere come si sarebbe evoluta la vicenda, era che il loro capitano aveva stipato in un enorme sacco le due altrettanto enormi telescriventi e che aveva dato in affidamento questo sacco al gigantesco Hoofddeksel, incaricandolo di portarlo sempre con sè.

Erano ormai passate ventiquattr’ore da quando Bakkebaarden ed i suoi scagnozzi si erano allontanati dalla nave. Subito ad attenderli, pochi metri dopo il bagnasciuga, avevano trovato una fitta e verdissima foresta. Per tutto il giorno i il gruppetto aveva vagato in essa, i tre marinai confusi ed incerti e il capitano con un obiettivo ben preciso. Egli aveva messo i suoi sottoposti a conoscenza del semplice piano:  scopo di quella tappa era in realtà nientemeno che trovare la più famosa tribù del Congo, i Piesangs, rinomati in tutta Europa per il loro monopolio di quella nuova ricchezza che veniva ormai definita “l’oro più giallo dell’oro”: le banane. Eh già, perchè ormai in tutti i salotti dell’alta società, che ci si trovasse in Olanda o in Italia, in Inghilterra o in Germania, ciò che aveva sostituito le eleganti tartine di salmone erano le banane; ciò che aveva preso il posto del contorno per la carne, ancora le banane; invece delle grandi torte alla panna venivano serviti, ebbene sì, grandi dolci alle banane.
Erano le banane insomma, questi frutti esotici e misteriosi, che determinavano il grado di raffinatezza di un happening mondano. Così come sarebbero state le banane a permettere al capitano Bakkebaarden, almeno secondo i suoi piani, di abbandonare per sempre la vita del bucaniere, farsi un bel taglio di capelli con permanente e ritirarsi in qualche posto fresco e lontano dall’acqua dove tutti lo avrebbero chiamato “signore” limandogli le dita dei piedi. Anche se quest’ultima parte del suo piano, bisogna dirlo, già costituiva la sua vita di tutti i giorni.
Il capitano nutriva dunque la speranza di trovare la tribù dei Piesangs. Invece, com’era prevedibile, furono loro a trovare lui.
Il secondo giorno infatti, al mettere piede in una radura, i quattro avventurieri furono sorpresi da un’imboscata abilmente tesa dalla tribù indigena: in pochi secondi i nostri passarono dal credersi completamente soli e al sicuro al vedersi circondati da una quarantina di facce scure e dipinte con complicati motivi tribali, che li scrutavano con curiosità.
“Spacchiamo li le faccie!”, ruggì Hoofdekksel (le inesattezze grammaticali sono state meticolosamente lasciate nella frase per rendere il più fedelmente possibile il modo in cui fu pronunciata).
“Diamogli fuoco!”, urlò Zekering, agitando una tanica d’olio ed una scatola di fiammiferi che aveva tirato fuori da chissà dove.
“Mammina!”, squittì Kai terrorizzato, voltandosi e facendo per fuggire per fratte.
“Salve a voi, e che le banane crescano gialle sui vostri alberi!”, parlò il capitano Bakkebaarden in perfetto Piesangese e nel contempo acchiappando Kai per la collottola. Ma non ci fu effettivamente bisogno di trattenere il lentigginoso:  egli, i marinai e tutti gli indigeni, infatti, erano rimasti di sasso al sentire il capitano pronunciare parole in quella lingua rara.
“Io ed i miei tre...amici, veniamo da voi in pace per proporvi un equo scambio” Il capitano fece una pausa ad effetto, in cui la tensione nell’aria era palpabile insieme con la confusione dei tre marinai. Kai vomitò. “Osservate, prego, i magici artefatti del mio popolo i cui poteri incredibili potrebbero appartenervi anche seduta stante”
Così dicendo, egli fece cenno a Hoofdeksel di passargli il sacco contente le telescriventi; il gigante depositò questo pesantissimo sacco tra le braccia pelose del capitano; il capitano cadde in terra.
Ma subito si rialzò.
“Kai!”, sbraitò, in olandese, “fatti aiutare dall’idiota e portati laggiù una teletrasmittente”. Sotto gli sguardi incuriositi e divertiti degli indigeni, Hoofdeksel e Kai portarono una delle due macchine giganti ad una estremità della radura. Poi, il capitano si fece aiutare dal gigante a posizionare l’altra ad una certa distanza dalla prima.
Bakkebaarden alzò con gesto teatrale un dito in alto sopra la tastiera.
“Osservate il potere fluire attraverso le mie mani!”, urlò con voce tremante nella lingua indigena. Sembrava fuori di sè mentre, madido di sudore, cimentandosi nell’impersonazione di quello che secondo lui doveva essere un mago, batteva velocissimo sulla tastiera. Il testo risultante, che inviò subito alla telescrivente dell’appiccicaticcio Kai, fu: “Ashashala dammibadda ashamalla rashallà”.
Dopo un attimo di incertezza, arrivò al macchinario del capitano la risposta: “si?”.
Impossibile descrivere lo stupore e lo sgomento che tale comunicazione senza fili causò negli indigeni. Essi si agitavano, confabulavano, scuotevano le proprie lance. Infine, quello che sembrava essere il capo, in quanto più grasso e dipinto di tutti, avanzò a larghi passi verso Bakkebaarden.
“Cosa vorresti tu, mago bianchiccio, per i tuoi artefatti incantati?”, domandò nella propria lingua.
“Niente di più semplice, mio morbido amico: consentici di prelevare qualche chilo di banane”.
Improvvisamente la giungla risuonò di risate: erano i Piesangs, tutti insieme, che avevano preso a rotolarsi in terra e sembravano incapaci di trattenere l’ilarità che le parole del capitano avevano suscitato in loro. Il capo, specialmente, rideva con particolare trasporto.
“Banane?! Banane!? Voi credete che noi potremmo mai voler scambiare le nostre banane con questi ammassi di ferraglia?!”, riuscì infine a dire il pingue capo tribù. Poi, tornando serio: “Essi sono magici certo, divertenti, è vero,  ma lascia che ti chieda una cosa: puoi forse mangiarli?”
Bakkebaarden ed i pirati non risposero.
“E ti farò un’altra domanda:  reputi forse che la vostra sciocca magia sia superiore a quella delle banane? Ti credi migliore di un banano solo perchè il tuo popolo ha creato per te questi marchingegni? Bene, io ti dico: prova, come noi, a sedere per giorni di fronte ad un banano. Prova anche tu, per giorni e settimane, ad osservare un casco di banane crescere. L’hai mai visto, tu, che ti reputi tanto intelligente? Hai mai avuto il tempo, tu, di vedere la vita generare la vita?
Gli sciocchi gingilli che avete portato da lontano stupiscono, certo. Forse voi per essi avete anche trovato un buon utilizzo. Ma qui da noi chi vuole recare un messaggio, cammina. Chi vuole parlare con qualcun altro, si incontra. Chi vuole iniziare una conversazione, incrocia lo sguardo del suo interlocutore. Eppure sia nelle nostre terre che nelle vostre, immagino, le persone hanno bisogno di mangiare per vivere. Sono le banane, qui, che ci donano la vita. È a loro che dobbiamo la nostra salute e la nostra robustezza.
Non avrai banane, straniero pallidiccio. In loro risiede la vera forza; di loro noi ci nutriamo. Ma delle tue macchine, non sappiamo che farcene.
E adesso addio”.
Così parlò il capo, e con tutta la tribù voltò le spalle e se ne andò.
 Ma quella stessa notte Bakkebaarden e Zekering vollero dimostrare loro come le banane fossero in confronto alla civiltà totalmente prive di potere: e con l’olio e i fiammiferi appiccarono un grande fuoco e bruciarono il villaggio con molti dei suoi abitanti e tutte le sue banane.  Quando tornarono alla nave, dovettero annunciare che la missione era fallita, la fonte di guadagno perduta;  così dopo settimane e settimane di  viaggio i pirati tornarono alla patria, di pessimo umore.

Ma colui che più di tutti soffriva di malumore era lo sventato capitano Bakkebaarden. Egli infatti sapeva di aver fallito clamorosamente. Lo capiva non perchè ancora non aveva abbandonato la vita del bucaniere, perchè non poteva permettersi un nuovo taglio di capelli con permanente o perchè nessuno lo chiamasse più “signore” limandogli le dita dei piedi;  no, egli in cuor suo aveva compreso che il suo più grande fallimento era stato credere che la vera forza risiedesse nel potere di togliere la vita; e non in quello di donarla.




Marghe/ElfoMiope



venerdì 11 maggio 2012

dueparole1

Diamo il via alla prima settimana di racconti "dueparole"!
Le due parole che devono essere contenute nei racconti di questa settimana sono:


- Banana, frutto mangereccio del banano: è una bacca oblunga, falcata, gialla, a polpa compatta e dolce, di lunghezza che varia, a seconda delle specie di banano, da 10 a 30 cm

-Telescrivente, apparato telegrafico aritmico (cioè non vincolato a un particolare ritmo di trasmissione) trasmittente e ricevente, con tastiera per la trasmissione e dispositivo stampante per la ricezione.

Ci "leggiamo" tra una settimana! Via alle penne! :)
FeFe