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venerdì 8 giugno 2012

L'arte della guerra


Una strana storia sulle parole arte e meraviglia.

La cella puzzava di umido e muffa. Un debole filo di luce passava attraverso una grata sulla parete, illuminando l'ambiente. L'uomo, rannicchiato in un angolo, osservava la lenta danza dei corpuscoli di polvere che svolazzavano sotto la luce, senza tuttavia vederla davvero. Era un tipo massiccio dalla folta barba incolta, segno del fatto che si trovava in quel luogo da un tempo sufficientemente lungo, ma non eccessivo visto che sembrava ancora in forze. I vestiti erano stracciati e sul corpo portava segni di violenze, lividi e tagli più o meno recenti, dei quali però non sembrava nemmeno accorgersi come se in vita sua avesse subito di peggio. Ad ogni modo, il prigioniero nella cella in quel momento non se ne sarebbe comunque curato, poichè per la prima volta nel corso della sua lunga esistenza stava riflettendo.
Ascoltando le ritmiche pulsazioni del suo cuore, osservava con un senso di crescente meraviglia i pensieri prendere forma nella sua mente, liberi, ma soprattutto suoi. Fuori da quella cella e in un'altra vita, era stato un soldato e i soldati hanno l'ordine di non pensare, ma solo di obbedire.
Era così assorto da non rendersi conto del forte formicolio che partendo dai piedi si stava espandendo in tutto il corpo, un atto di ribellione delle sue membra per essere state costrette tanto a lungo in una scomoda posizione. Non vedeva più nemmeno i topi che squittendo giravano per la cella e che in un altro momento avrebbe cercato di catturare. Ciò che invece scorreva dietro ai suoi occhi erano le immagini della sua vita passata.
Lui era stato il migliore, il più grande spadaccino che il mondo avesse mai visto. Non solo grazie alla forza che madre natura gli aveva dato, ma anche grazie al duro addestramento che si era imposto: la sua parola d'ordine era stata disciplina. Altrimenti, come avrebbe potuto arrivare fin dove era arrivato? Come avrebbe potuto un semplice ragazzino di campagna scalare i vertici dell'esercito e diventare il generale supremo? Per un istante si rivide a sedici anni, con un sacco di tela in spalla e quattro stracci addosso, mentre varcava sotto gli occhi vigili delle guardie il grande cancello di Tharia, la capitale dell'Impero. Risentì le voci della folla accanto a lui e gli odori della città, un misto di tanfo e profumi che lo aveva stordito.  Ricordò come si era diretto subito alla caserma e si era arruolato, guardando negli occhi gli ufficiali sfidandoli a fermarlo. Nessuno l'aveva fatto, perchè a quel tempo avevano bisogno di chiunque fosse disposto ad entrare nell'esercito. La guerra aveva già falciato innumerevoli vite e c'era sempre bisogno di carne fresca da mandare al macello. Per qualche mese l'avevano allenato e lui aveva mostrato a tutti le sue abilità: non c'era una sola arma che non riuscisse ad usare al meglio, non c'era tecnica che non apprendesse e lentamente iniziò a scoprire di essere più abile di molti degli ufficiali. Non seppe mai se fu per invidia o per necessità che lo inviarono in battagia prima di tutte le altre reclute, sta di fatto che pochi mesi dopo il suo arrivo in città si trovò armato di tutto punto schierato in mezzo alla fanteria a caricare l'esercito nemico. E fu quello il momento che cambiò la sua vita.
Nel mezzo delle grida, fra il furore e la paura che facevano muovere l'esercito schierato come un sol uomo, un istante prima che i due schieramenti cozzassero con un fragore assordante, lo vide. Vide la sua prima vittima, un uomo più grande di lui che impugnava una lunga lancia e che correva dritto incontro. Risentì la scarica elettrica che gli era corsa lungo la schiena, ma ancor di più rivide gli occhi del suo avversario, colmi di rabbia e di dolore. Una rabbia che tuttavia non sembrava diretta verso il nemico, bensì verso sè stesso, come se si odiasse per il fatto di trovarsi lì, impugnando quella maledettissima lancia, costretto a uccidere. L'ira dell'uomo sapeva di terra bruciata, di una casa perduta, di racconti davanti al camino: era la furia di colui che che cerca la morte.
Con un movimento fluido, il ragazzo piantò la lancia nel petto dell'uomo e senza mai smettere di guardarlo negli occhi, gli sembrò che l'avesse sollevato da un grande peso. Durante quello scontro uccise molti altri uomini, sempre cercando di scrutare nei recessi del loro animo. E uccise ognuno di loro nel modo in cui essi sembravano chiedergli di farlo perchè se proprio dovevano morire, era giusto che se ne andassero a modo loro.  
Combattè innumerevoli battaglie dopo di quella e il suo modo di uccidere divenne un'arte. Che si mostrasse pietoso o crudele le sue vittime cadevano quasi con un sorriso e fu così che da soldato divenne ufficiale, da ufficiale sergente fino a ritrovarsi generale supremo dell'esercito imperiale.
Per lunghi anni servì fedelmente l'imperatore e così continuò a fare quando salì al trono suo figlio. Non era importante domandarsi che persona fosse e nemmeno se gli ordini che gli impartiva fossero giusti o no. Semplicemente dovevano essere eseguiti nel migliore dei modi. E se i provvedimenti del sovrano causavano malcontento nella popolazione, lui doveva essere il primo a difendere il potere imperiale soffocando le ribellioni che iniziavano a nascere in tutto l'impero. Ma benchè il suo talento e le sue capacità fossero grandi, nulla potè contro il tradimento di alcuni dei suoi uomini che fecero entrare in città l'esercito dei ribelli, aprendo loro le porte.
Lui era riuscito a salvare l'imperatore, ma era stato catturato dai ribelli. Lo avevano gettato in quella cella e torturato nel tentativo di estorcergli ciò che sapeva. Non aveva parlato e di tanto in tanto aveva visto al fianco dei suoi torturatori qualcuno di coloro che lo avevano tradito che tuttavia non aveva avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.
E l'indomani sarebbero venuti a prenderlo per condurlo al patibolo.
Un sorriso stanco apparve sul volto del prigioniero. La cosa più strana era che nonostante tutto ciò che aveva fatto e che gli era successo, non riusciva a provare nulla: nè rabbia, nè dolore, nè desiderio di vendetta. E nell'arco di tutta la sua vita, non aveva mai sentito nulla. Solo nel momento in cui uccideva provava qualcosa: si sentiva utile. Aveva l'impressione di compiere qualcosa di necessario, non per sè stesso, ma per gli altri. Coloro che aveva passato a fil di spada, gli erano sempre sembrati desiderosi di smettere di vivere e ciò che aveva fatto era stato accontentarli. La sua in effetti, non era stata un'arte di uccidere, bensì un'arte della misericordia secondo il suo punto di vista.
Ma non aveva nemmeno provato a spiegarlo ai suoi carcerieri, non avrebbero capito. Nemmeno lui stesso si capiva completamente, del resto. Non rimaneva che una sola cosa da fare.
Ignorando le proteste dei suoi muscoli anchilosati, il prigioniero si alzò in piedi e raggiunse la porta della cella.
"Guardia!" esclamò con la voce arrochita dalla sete e dal poco uso.
Con una mano battè sulla porta e chiamò nuovamente.
"Cosa vuoi, bastardo?" rispose una voce dall'esterno. Nonostante le dure parole, il tono della giovane voce era titubante, come se colui che aveva parlato fosse in preda ad una lotta interiore.
Il prigioniero riconobbe la persona che aveva parlato e tirò un sospiro di sollievo. Era uno di quelli che lo avevano tradito: forse avrebbe accettato di fare ciò che gli avrebbe chiesto, se avesse fatto leva sul suo senso di colpa.
"Guardia, ho un ultimo desiderio." Rispose con voce affannosa e stanca "L'ultimo desiderio di un condannato."
Ci fu un attimo di silenzio, in cui avvertì l'indecisione della guardia che infine rispose:
"Parla. Se possibile sarai accontentato."
Il prigioniero si appoggiò alla porta cercando di non scivolare a terra.
"Vorrei..." disse con voce fioca "Vorrei che mi fosse concesso di radermi: domani ci sarà la mia esecuzione e preferirei morire da soldato. E nessun soldato, in nessun momento della sua vita ha la barba lunga."
Incrociò le dita e attese la risposta della guardia.
"Mi chiedi di darti una lama con la quale potresti ucciderci quando verremo a prenderti domani, mi credi forse così sciocco?"
"No, nient'affatto. So bene che non sei uno sciocco soldato Smithwick." Il prigioniero si godette l'effetto che le sue parole avevano avuto sulla guardia. Sapeva che il ragazzo era trasalito, non si sarebbe mai aspettato di essere riconosciuto. "Ti do la mia parola d'onore che domani, quando verrete a prendermi, non vi verrà torto un capello. Sai che non ho mai tradito la parola data. Ti chiedo solo un rasoio e uno specchio, ti prego."
Pronunciò l'ultima parte della frase con tale intensità da stupire perfino sè stesso.
Trascorsero lunghi attimi in cui non ci fu risposta, poi il giovane rispose in un sussuro:
"Non volevo che succedesse questo, generale. Non volevo tradirvi! Posso portarvi fuori da qui, ma vi prego perdonatemi!"
 Il giovane sembrava sull'orlo delle lacrime, ma il prigioniero lo azzittì.
"Se vuoi davvero aiutarmi e farti perdonare, dammi ciò che ti ho chiesto. Ti prometto che andrà tutto bene."
"Agli ordini, generale!" disse la giovane guardia con voce rotta e si allontanò lungo il corridoio.
Ascoltando il suono dei passi che si affievoliva, il generale si lasciò cadere in terra, sollevato. Era fatta, ci era riuscito. Ora non doveva fare altro che aspettare.
Dopo quello che al prigioniero sembrò un tempo infinito, il ragazzo tornò e facendo scorrere lo sportellino che usavano per passargli il cibo, fece scivolare nella cella il rasoio e un malridotto frammento di specchio.
Non appena fu certo che il giovane si fosse allontanato, prese specchio e rasoio e si mise seduto nel punto più luminoso della cella: per quello che stava per fare, aveva bisogno di vedere chiaramente. Tenendo in una mano il rasoio e nell'altra lo specchio osservò il riflesso dei suoi occhi: un volto stanco e segnato gli ricambiò un pallido sorriso. Ora sapeva, non gli serviva altro. Con un sorriso sulle labbra, e un gesto fluido del braccio, si tagliò la gola.
Per la prima ed ultima volta nella sua vita, aveva agito di testa sua. Un fiotto di sangue uscì dalle sue labbra, congelando in eterno il suo sorriso.

Cami/Bradipo

domenica 3 giugno 2012

Nonna Teodonia


 Appena in tempo ho rispettato la scadenza! muahahahah!


Rocca Merletta, piccolo centro toscano, è la meta ideale per chiunque voglia godersi un piacevole soggiorno nella salubre aria di campagna, senza perdersi il fascino di un luogo imbevuto di storia. Il paesino, abbarbicato su di un monte, è stato costruito nel 1253, per volontà del Conte Rasponi, il signore di quelle terre. La leggenda vuole che al conte Rasponi sia da attribuire la paternità della chitarra, strumento che presentò a corte e che stregò sua maestà a tal punto da fruttare a Rasponi il titolo nobiliare e le terre attorno a Rocca Merletta. Infatti sulla cima del monte sorge la rocca,da cui il paese prende il nome, una costruzione in roccia tufacea che nel corso del tempo è stata erosa dalle intemperie che l'hanno modellata trasformandola in una sorta di gigantesco merletto di pietra Per secoli è stata la residenza della famiglia Rasponi, fino alla fatidica data del 23 luglio 1544, quando l'allora conte Felberto Rasponi, fu trovato morto nella sua stanza da letto con un'espressione di gioia sul volto. Non vi era alcun segno di effrazione, solo un forte aroma di pepe che permeava l'aria. Il delitto non fu mai risolto e ancora oggi numerosi turisti si fermano ad osservare la rocca e in paese è una delle storie preferite da raccontare davanti al camino. Rocca Merletta è inoltre famosa per le sue salsicce secche, che vi consigliamo di assaggiare.”
Nonna Teodonia scorse rapidamente la descrizione di Rocca Merletta scritta sulla guida di un giovanotto, che era completamente nascosto dal giornale che stava leggendo. Con una manovra da commando la vecchina si era portata alle sue spalle, sottraendogli abilmente il libro che aveva appoggiato sul tavolino e che ora osservava interdetta. Gli occhi acuti di Nonna Teodonia avevano individuato da tempo il ragazzo, che portava scritto sulla fronte la parola “turista”. Infatti, appena arrivato al bar della piazza, di cui la nonna era cliente fissa (beveva un bicchierino di rosolio ogni due ore circa), invece di dirigersi al bancone per ordinare si era accomodato al tavolino aspettando di essere servito. Dopo i primi dieci minuti di stoica attesa, il giovane aveva iniziato ad allungare il collo cercando di attirare l'attenzione del barista, che senza fare una piega aveva continuato a sistemare le bottiglie dietro al bancone. In effetti, nulla avrebbe potuto schiodare il barista dalla sua occupazione: non a caso in paese l'avevano soprannominato Mulo, per la sua cocciutaggine e per la forza dei suoi calci. Mai Mulo aveva servito al tavolo qualcuno e mai l'avrebbe fatto. Sempre più spazientito, il povero e ignaro giovane continuava a sperticarsi chiedendo un menu, mentre nonna Teodonia lo osservava con un misto di divertimento e ammirazione, visto che ben pochi avrebbero mai osato sfidare Mulo in quel modo. Ad un certo punto il turista aveva deciso di provare ad ignorare il barista, così come il barista ignorava lui, svanendo dietro il giornale. Era stato in quel momento che la nonna gli aveva rubato la guida. Probabilmente il ragazzo non avrebbe mai mostrato una tale ostinazione se avesse saputo con chi aveva a che fare, tuttavia l'espressione decisa del giovanotto convinse la nonna che meritava un premio prima di essere steso da un calcio di Mulo.
Afferrò una sedia e si sedette, sbattendo la guida del giovane sul tavolo. Il turista, trasalendo, sbucò da dietro il giornale per trovarsi faccia a faccia con nonna Teodonia, che senza perder tempo disse:
La tua guida è incompleta, giovanotto, fossi in te mi farei ridare i soldi. Chiunque l'abbia scritta ha dimenticato la parte migliore della storia!- Al ragazzo non fu lasciato neppure il tempo di fiatare che la nonna riattaccò a parlare:
Considerati fortunato che ci sia io a colmare le tue enormi lacune, figliolo! È arrivato il momento di posare in terra quel giornale e la dose di presente che porta con sé perchè sto per iniziare a raccontare!” Lanciò al giovane il tipico sguardo da “sarò-anziana-ma-non-mettermi-alla-prova” e lui mise obbedientemente sul tavolo il giornale, incrociando le braccia sul tavolo in silenzio.
Dunque” nonna Teodonia si schiarì la voce e iniziò a parlare:
Pare che il 1544 fosse stato un anno molto freddo, anche se ai fini della nostra storia è irrilevante. Ciò che conta è che Rocca Merletta era governata dal conte Felberto Rasponi, ottimo nobile e pessima persona. Ormai da cinque anni governava incontrastato, dopo essere succeduto a suo padre, che era morto in un incidente di caccia, durante una battuta a cui il figlio non aveva partecipato, ma in sua vece aveva inviato un abile cacciatore per dare una mano all'anziano genitore. Nessuno sa spiegarsi come mai il cacciatore sia diventato in seguito cavaliere, ma i pochi che videro la ferita di Rasponi padre affermarono di aver visto una zampata di orso identica ad un colpo di spada. Ma questa è un altra storia.
Sta di fatto che in quanto conte, aveva il diritto di importunare i cittadini di Rocca Merletta come meglio credeva, anche se fino al mese di giugno del 1544 si era limitato ad opprimerli solo con tasse e sporadiche impiccagioni. Tuttavia, capitò che nel mese di giugno, il conte Felberto Rasponi decidesse di andare in serata a fare una passeggiata per i vicoli di Rocca Merletta, godendosi l'aria profumata di fiori, che erano stati piantati lungo tutte le tortuose stradine del paese per ammortizzare il miasma dovuto ai pitali che venivano svuotati dalle finestre. Quando il conte si trovò a passare per Vicolo Torto, la stradina che sale dietro il campanile, quella dove oggi sta il ferramenta, fu colpito in pieno dallo schizzo di uno dei tanti vasi di merda, svuotato dall'edificio sotto cui stava. Furente, il conte guardò in alto, pronto a proclamare pene terribili per lo stolto che aveva osato tanto, ma si trovò incapace di parlare, perso negli occhi blu di una ragazza tondetta che chiedeva perdono. Felberto si limitò a farle un sorriso ebete e facendole segno di non preoccuparsi si avviò fischiettando verso il palazzo. Qualche ora dopo, sdraiato nel suo letto su di un materasso di piume e con la borsa dell'acqua calda sui piedi, il conte si rese conto di essere innamorato. Tuttavia giovanotto, come ben saprai l'amore di questo genere di persone muta spesso in ossessione, specie se la loro amata li rifiuta e così accadde, poiché la giovane in questione era già promessa al figlio del macellaio e anche molto innamorata.
Il conte le provò tutte, dalle promesse di amore eterno alle minacce più oscure, ma la giovane non cedeva. Dopo due settimane di assiduo corteggiamento da parte del conte e tentate violenze il figlio del macellaio decise di non poter più sopportare un affronto simile: conte o no doveva pagare. Il ragazzo non era una cima, ma si rivelò abbastanza furbo da ordire un piano, di cui mise a parte la sua futura sposa. Lei infatti, avrebbe dovuto fingere di accettare la proposta di matrimonio del conte e al resto avrebbe pensato lui. Infatti, la sua famiglia era a conoscenza di un'antica ricetta di salsicce, dal sapore così intenso e incredibile, tanto da creare un tripudio di sapore nella bocca di chi le mangiava, che tuttavia faceva impazzire le papille gustative sovrastimolando a tal punto i sensi da uccidere il povero assaggiatore. Dopo una preparazione quasi alchemica il giovane riuscì a creare la terribile salsiccia assassina e la nascose con cura aspettando il momento adatto.
Così, mentre il conte era sempre più infatuato dalla sua bella, il giovane macellaio riuscì a corrompere un servo, che nella notte del 23 luglio del 1544, servì al suo signore la salsiccia assieme ad una ricca porzione di verdura. Volle il caso che quella sera il conte avesse voluto cenare in camera da letto e fu così che nessuno vide ciò che accadde fra quelle mura. E quella fu la fine di Felberto Rasponi e i due giovani promessi si sposarono prima dell'autunno. Inoltre, grazie alle loro doti combinate, pare che siano riusciti a mitigare gli effetti della salsiccia mortale, creando la ricetta che ancora oggi viene seguita per le famose salsicce secche di Rocca Merletta.”
Nonna Teodonia smise di parlare e guardò il giovane che la fissava a bocca aperta.
Fece per parlare, ma la nonna lo anticipò ancora una volta.
Spero che tu non stia per chiedermi se questa storia è vera, ragazzo! Perchè se una storia è buona rimane tale a prescindere se è vera o meno. Pensa piuttosto se ti è piaciuta, se ti ha aperto gli occhi.”
La nonna si alzò e fece per allontanarsi e tornare al suo tavolo, ma poi si girò nuovamente verso il ragazzo che guardava perplesso la sua guida rigirandosela tra le mani. La nonna gli sorrise e aggiunse:
Ricordati, non si viaggia solo con la testa. Sei venuto qui per vedere, non lasciare che una guida ti copra gli occhi.”
Il turista poggiò il libro sul tavolo e annuì ricambiando il sorriso.
Grazie.” disse poi a nonna Teodonia.
Nonna Teodonia ridacchiò sotto i baffi quando vide il giovane filarsela rapidamente evitando per un soffio uno dei calci di Mulo. Era stata una bella mattina.

Cami/Bradipo

lunedì 21 maggio 2012

Storia di un gufo diurno


Questa volta posto per prima sulle parole gufo e bianco! Gioitevela!

Storia di un gufo diurno


Fin da quando era piccolo lo avevano soprannominato Gufo: naso ricurvo come un becco, grandi occhi penetranti e sopracciglia cespugliose. Inoltre quando si arrabbiava sembrava arruffare le piume, gonfiandosi fino a scoppiare e afferrandosi con dita simili ad artigli a qualunque cosa gli capitasse. Decisamente non era stato un bel bambino, ma a differenza di altri era stato chiamato con affetto "gufetto della mamma".
Un altro dettaglio importante: il signor Gufo era cieco dalla nascita.
Il signor Gufo, infatti, non aveva la benché minima idea di come diamine dovesse essere un gufo.  Eppure, il signor Gufo era intimamente felice: sapeva di conoscere il mondo in misura maggiore di molti altri che invece potevano vederlo. Nessuno più di lui riusciva a comprendere il piatto di lasagna che la signora Cesira gli preparava tutti i mercoledì:  la complessità del suo sapore, dovuto ai molteplici stati che lo componevano e il suo profumato tepore. Con un solo assaggio riusciva perfino a capire quanto ci fosse di un certo ingrediente o di un altro e, soprattutto, se la signora Cesira ci avesse messo o no la salsiccia che le portavano i suoi parenti umbri.
Quando passeggiava nel parco, camminava sorridendo: il ronzio di un insetto, le voci dei bambini, e anche il bestemmione di un adulto che aveva pestato una cacca di cane, diventavano una sorta di "unicum" armonico, scandito ritmicamente dal suono dei passi del signor Gufo.
Si poteva dire che fosse addentro il mistero delle piccole cose, quelle che la maggior parte delle persone attraversa senza vivere, limitata com'è dai propri occhi. E grazie a questa consapevolezza, il signor Gufo aveva creato quella che definiva la teoria dell'orologio: non c'è un solo uomo al mondo, che lasciato in una stanza piena di oggetti, non finisca per escludere il suono ritmico di un orologio che scandisce i secondi. Questo perché gli occhi conducono una persona a dimenticarsi della totalità per cercare solo ciò che attira la loro attenzione. E se anche fossero portati a concentrarsi sull'orologio, perderebbero tutto il resto, a meno che non lo osservino col cuore.
Il signor Gufo portava il bastone solo perché era certo che aumentasse il suo fascino. Aveva spesso sentito parlare di gentiluomini in frac e tuba che, armati di un elegante bastone, fendevano la folla con passo sicuro e aveva deciso di volergli assomigliare. L'unico problema era che i frac erano scomodi e costosi e che non aveva idea di dove avrebbe potuto trovare una tuba. Così si era accontentato di girare per la città accompagnato da un lungo e pesante bastone di noce, che più di una volta aveva fatto inciampare il prepotente di turno.
Oltre che a questi piccoli piaceri quotidiani, il signor Gufo dedicava la sua vita ai fiori: la sua casa era piena della loro fresca fragranza e in ogni stanza si trovavano innumerevoli piante.  Rose, gigli, violette, orchidee e molte altre piante, che avevano operato un piccolo miracolo per il signor Gufo: gli avevano permesso di vedere i colori. Non avrebbe mai scordato la prima volta che accadde: stava mettendo il concime su un'orchidea e, mentre era tutto indaffarato a sollevare il pesante sacco, alle narici gli arrivò l'odore della pianta e contemporaneamente ad esso, un lampo rosa balenò nell'oscurità dei suoi occhi. Per lo stupore gran parte del concime finì sul pavimento, ma il signor Gufo non se ne curò e rimase immobile mentre i piccoli granelli rotondi rotolavano ai suoi piedi. Lui aveva visto! E aveva visto perché poteva sentire! La gioia del signor Gufo era immensa e iniziò a camminare come un folle per la casa, passando da una pianta all'altra e ogni singolo fiore iniziò a regalargli il suo tesoro più grande. In un attimo la mente del signor Gufo era abbagliata da un tripudio di colori che fino a quel giorno aveva conosciuto solo di nome: il giallo riluceva inseguito da un rosso scarlatto che si confondeva in un azzurro luminoso per tuffarsi in un blu oltremare!
Poi, il signor Gufo cessò la sua danza estatica e con il cuore in gola si diresse in cucina, dove si trovava una splendida orchidea. La signora Cesira ne aveva sempre tessuto le lodi, dicendo di non aver mai visto una pianta più curata di quella: era l'orchidea bianca più bella che avesse mai visto.
Bianca, quell'orchidea era completamente bianca, pensò il Signor Gufo. Tra tutti i colori che ancora danzavano nei suoi occhi ciechi, il bianco era l'unico che mancava. Ed era quello che meno riusciva a immaginare: era l'esatto opposto dell'oscurità in cui aveva vissuto per tutti quegli anni, era la luce del giorno in cui nessun gufo si era mai avventurato. Sapeva che il fiore era esattamente davanti a lui, ma non trovava il coraggio di avvicinarsi. Con uno sforzo immane fece un passo in avanti e il profumo dell'orchidea lo avvolse. E a quel punto fu come ricongiungersi ad una parte si sé che non aveva mai conosciuto: nella sua mente apparve per la prima volta nella sua vita, un'alba di cristallo. E in quel bozzolo di luce iniziarono a cadere piccole gocce di pioggia, lacrime che si andarono dolcemente a posare sui morbidi petali del fiore.

Cami/Bradipo

sabato 19 maggio 2012

La divinità


 Come sempre arrivo in ritardo, ma nonostante questo, eccomi qui! Una Bradistoria per voi sulle parole telescrivente e banana!

La divinità


L'intera capanna era invasa dal calore, proveniente da un grande fuoco attorno al quale si erano radunate una decina di persone. Si passavano silenziosamente una lunga pipa di legno decorata con piume colorate, facendo lenti anelli di fumo. Dopo ogni soffio, il fumo saliva per riunirsi alla nuvola più grande prodotta dalle fiamme che guizzavano nel centro della stanza. Non appena l'ultimo sbuffo fu scomparso, un uomo calvo dal naso aquilino si alzò in piedi e prese la parola.
"Sono passate due lune da quando il dio ci ha parlato. Due lune soltanto ci separano dall'oracolo che ha diviso la nostra tribù!"
Con un gesto lento e calcolato, indicò una specie di altare in legno sul quale si trovava, in mezzo a incensi e candele, un astruso marchingegno di metallo. Se gli uomini nella stanza avessero saputo dare un nome alle sue componenti, avrebbero chiamato schermo il piccolo rettangolo luminoso su cui appariva la voce del loro dio, tasti i quadratini con le lettere e telescrivente l'intero macchinario.
"Nessuna banana, queste sono state le sue parole. E posso testimoniare che ciò è vero: avete la mia parola di Capo Tribù e Voce del Dio. Ero proprio in questa stanza quando la luce del Dio è apparsa per donarci il Suo comandamento! Oggi mi rivolgo a voi, fratelli, poichè la piaga dell'eresia deve essere debellata, nel nome della pace e della serenità di tutti. Dunque invito coloro che hanno delle novità a parlarne al Consiglio."
Il Gran Sacerdote si sedette, in attesa. Il suo sguardo penetrante scrutava i presenti come un falco pronto ad artigliare la preda. Esattamente nel punto opposto del cerchio rispetto a dove il Gran Sacerdote era seduto, si alzò in piedi un giovane dalla lunga barba intrecciata.
"L'embargo della banana procede bene, fratelli!" disse, ma non appena aprì la bocca per continuare fu interrotto da un anziano barbuto che, restando ostinatamente seduto, sbottò:
"E chi si occuperà di questo Dio quando tutta la tribù sarà morta di fame?"
Il Gran Sacerdote lo fulminò con lo sguardo. Se avesse potuto fare di testa sua, il vecchio avrebbe raggiunto già da tempo il Dio che tanto disprezzava. Tuttavia, la tribù amava quel vecchio pazzoide, il folle senza tempo che non segue nessuno, ma che trascina tutti con sé. Si era già ribellato una volta, quando il Dio aveva proibito la musica, costruendosi un flauto e passando le giornate a soffiarci dentro. Purtroppo non poteva essere condannato in alcun modo: infatti, i suoni che produceva erano la cosa più lontana dalla musica che esistesse. E la tribù invece di ridere di lui, rideva con lui degli errori che faceva!
"Fratello mio" disse con un sorriso stiracchiato "Vi è tanto cibo che cresce nei boschi, che possiamo raccogliere o coltivare. Gli animali ci forniscono la carne e le pelli, di che altro potremmo aver bisogno, se non della luce del nostro Dio?"
La risata del vecchio riempì la stanza e il fumo sembrò diradarsi.
"Quanto sei sciocco e cieco, Gran Sacerdote! Conosci forse tu il pensiero degli animali? E se dovessero migrare, cosa mangerà la tribù, se non potremo usare le immense scorte di banane secche che possediamo? Come faremo a far crescere in tempo altri raccolti, visto che non abbiamo semi? O forse il Dio ti ha parlato anche di questo?"
Gli occhi dell'uomo brillavano luminosi e ironici, guizzando su quel volto antico e segnato, per poi riflettersi in quelli scuri come la notte del Gran Sacerdote.
"E vorrei aggiungere ancora una cosa, fratelli miei: siamo al culmine dell'idiozia! Infatti non pochi si sono ormai dati alla castità! E per quale motivo, secondo voi? Per il divieto di banane!"
 Il vecchio rise di gusto e non pochi altri lo seguirono, per  essere immediatamente fulminati dallo sguardo furente del Gran Sacerdote.
"E tu," continuò impietosamente il vecchio, adesso rivolto al barbuto che aveva interrotto " lo sento forte e chiaro dalla mia capanna come pratichi il tuo embargo della banana!"
Il povero giovane non potè fare altro che arrossire cercando di farsi piccolo, piccolo, schiacciato dal peso di svariati occhi che lo fissavano.
La rabbia del Gran Sacerdote aveva raggiunto il punto critico: un tic leggero al labbro e l'apertura meccanica e involontaria delle dita lo confermavano.
"Tu!" tuonò stralunato, puntando il suo indice tremante contro il vecchio, come se fosse una lancia. "Distruttore, eretico, malfidato! Come osi parlare, anche solo respirare in questa sacra stanza! Verrai fustigato, lapidato, preso a calci e..."
"Condannato a scivolare in eterno su una buccia di banana, magari?" ridacchiò bonariamente, mentre cercava di evitare gli spruzzi di saliva che schizzavano dalla bocca del Gran Sacerdote. Poi, con una calma esagerata e una strana luce negli occhi, si alzò in piedi e disse "Credo che sia giunto il momento che ti riveli una cosa, amico mio: io sono il tuo dio!"
La rivelazione del vecchio fu accolta da un istante di sorpreso silenzio, seguito dalla folle risata del Gran Sacerdote.
"Sapevo che eri pazzo!" gridò voltandosi verso i presenti "Quest'uomo una divinità! Sarai condannato per questo!" rise istericamente.
Il vecchio non si scompose e con tono leggero rispose:
"Posso dimostrartelo."
Il Gran Sacerdote lo guardò sbigottito e, cercando di trattenere una risata sprezzante sbottò:
"E come, con un miracolo?"
"Posso fare di meglio."
Detto questo l'uomo uscì dalla capanna. Nessuno dei presenti aveva provato a fermarlo e, a dire il vero, nessuno avrebbe voluto davvero farlo: erano tutti troppo curiosi di scoprire cosa sarebbe successo. In pochi minuti l'uomo rientrò nella capanna, ma non era solo: un piccolo gruppo di persone lo seguiva e portava sulle spalle quella che sembrava essere un'altra divinità, ossia, un'altra telescrivente. Il Gran sacerdote sembrava sull'orlo di una crisi di nervi e si torceva nervosamente le mani, come se immaginasse di strangolare qualcuno.
Il vecchio intanto si era avvicinato alla telescrivente e aveva iniziato a battere sui tasti. Come per magia, lo schermo dell'altra si illuminò e vi apparve la scritta: -adesso mi credi?-
Ciò che accadde subito dopo quest'evento è vago e confuso: c'è chi narra che non appena vide la scritta, il Gran Sacerdote si sia lanciato con un coltello in mano verso il vecchio uomo, ancora chino sulla telescrivente. Altri dicono che il suo cuore non abbia retto al colpo, oppure che abbia iniziato a venerare il vecchio come un dio.
Ciò che invece non raccontano è la lunga corsa nella notte del Gran Sacerdote fino al banano più antico della piantagione. Tuttavia, benchè nessuno sembri credere a questa storia, quando non ci sono banane sui rami dell'albero, i membri della tribù ne lasciano sempre qualcuna vicino alle radici. E pare che se si è abbastanza scaltri e veloci, di tanto in tanto si riesca a vedere una mano che le afferra.

Cami/Bradipo