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domenica 17 giugno 2012

Un Processo - ElfoMiope


Bonsoir! Come accennato in precedenza, mi trovo sotto molteplici esami. Ciò ha fatto sì che ciò che restava di minimamente coerente nel mio cervello andasse perduto per sempre (o almeno fino a inizio Luglio), e questa storia ne è il tragico risultato.
Sarete contenti adesso, professori. Sarete contenti, di aver creato un'idiota :)

ps: è con rammarico dolorequem che vi annuncio che io ed i miei due altrettantosottoesami compagni abbiamo deciso di sospendere il dueparole fino a quando non saremo certi di esserci tratti in salvo da quella terribile nave naufragante che è l'inizio dell'Estate per gli studenti.

UN PROCESSO    Apologia del Tempo
 “L’assassino è il Tempo, Signor Giudice”, esordì l’accusa, nelle spoglie dell’avvocato Pagliuzzi. Sotto gli occhi del giudice, della giuria e della famiglia del morto, l’allampanato Pagliuzzi camminò con passo teatrale attraverso l’aula, sino a trovarsi di fronte al Tempo; sul banco di quest’ultimo l’avvocato ebbe cura di sbattere con violenza un pesante fascicolo di fogli, causando un gran frastuono. Il Tempo restò impassibile.
“Tutte le prove testimoniano a suo sfavore, tutte le strade portano a lui”, continuò Pagliuzzi, un po’ deluso dall’assenza di reazioni da parte dell’accusato. “Testimoni oculari, tra i quali ho scelto di includere non solo alcuni familiari ma anche l’infermiere e la farmacista che vedevano la nostra vittima tutti i giorni, sono qui pronti a giurare di aver assistito in prima persona  al lento e sadico omicidio perpetrato dal Tempo qui presente ai danni di Giacomo Vegliardi”
“Che parli un testimone, allora”, fece il giudice, sbrigativo. Aveva il raffreddore e nemmeno un processo tanto inusuale poteva risvegliare il suo entusiasmo, al momento. Incurante dell’opinione dei presenti, sciolse nell’acqua due aspirine e le trangugiò.
Intanto alla sua esortazione una donna vestita di grigio si era alzata dal banco dei testimoni: era la farmacista, gestiva il negozio dove il morto (quand’era ancora vivo, s’intende) per quarant’anni si era recato quasi ogni giorno, fino all’ultimo, a comprare quantità industriali di medicine. La donna portava i capelli legati stretti, ed un attento osservatore avrebbe potuto capire che era agitata notando le gocce di sudore che le si formavano sulla nuca.
“Io sono Amanda Cenere, Vostro Onore”, esordì la donna con voce vagamente tremolante. “Ed il signor Vegliardi lo conoscevo bene, per così dire, o almeno lo vedevo praticamente tutti i giorni. Il signore infatti è sempre venuto a comprare le medicine da noi, prima ancora che io iniziassi a lavorare alla farmacia. Sempre vissuto nello stesso posto, sempre gentile, il signor Vegliardi. Pensi che una volta-“, La signora Cenere s’interruppe, bloccata da uno sguardo eloquente dell’avvocato Pagliuzzi. Svelta, cambiò di nuovo argomento: “Insomma, Vostro Onore, tutto è andato sempre bene per il signor Vegliardi, all’apparenza, ma io lo vedevo, che c’era qualcosa che non andava. I capelli, ad esempio:  i suoi capelli diventavano di anno in anno più bianchi, come a testimoniare un grande stress emotivo, o un terribile shock. E il viso, Vostro Onore, il viso! Ogni giorno vi si tracciavano nuovi profondi solchi, che rendevano le sue espressioni sempre più grottesche. E poi, negli ultimi tempi, il signore camminava chino, zoppicante, con grande fatica: pareva che qualcuno lo avesse riempito di bastonate, senza pietà. Infine, un giorno non è più tornato.
Ma io ho capito subito cosa fosse successo e in realtà già l’avevo capito prima che accadesse: il signor Vegliardi è stato ucciso, anzi no, seviziato per anni ed anni, portato lentamente verso una morte snaturata. E non è il primo che vedo finire così, oh no, Vostro Onore, non è il primo! L’ho sempre sospettato, ma solo ora ho il coraggio di dirlo: è il Tempo, l’assassino! È stato lui a tormentare e terrorizzare il povero signor Vegliardi, fino a condurlo alla morte!”. La signora Cenere era parsa sempre più accaldata durante il suo lungo intervento, tanto che la sua incertezza iniziale era svanita senza lasciare traccia. La donna si voltò verso l’accusato dall’altra parte dell’aula, con un fare teatrale che probabilmente aveva attentamente studiato guardando chissà quale telefilm americano.
“Grazie, signora Cenere”, parlò allora Pagliuzzi, mellifluo, poggiando una mano sulla spalla della donna con fare paterno. “Come vedete, Signor Giudice, l’accusa della nostra rispettabile testimone è ben fondata e logica. Siamo tutti consci, infatti, dei terribili poteri che il Tempo ha a disposizione, e di come spesso si risolva ad usarli così, con tale barbarie, sui normali cittadini. Ma ora, Vostro Onore, se permette io chiamerei a parlare un altro testimone, il signor- “.
“Aspetti un attimo, Pagliuzzi”, lo interruppe però il giudice, volgendosi verso il banco dove Tempo stava impassibile. “Voglio ascoltare anche l’altra parte in causa. Tempo, ha portato con lei un legale, a strutturare la difesa?”
“No, Signor Giudice”, fu la prima frase pronunciata da Tempo in tutto il processo, “Parlerò io stesso in mia difesa”.
Tutti erano tesi verso l’accusato, ansiosi di veder cadere infine quello che consideravano il loro oppressore.
“Non mi trovo qui in aula perché sono stato accusato dal signor Pagliuzzi, oggi, né per difendermi da lui. Il buon avvocato segue probabilmente un interesse personale nel convocarmi qui cercando di attuare la mia rovina. Infatti egli teme me più di ogni altra cosa, è terrorizzato dal pensiero di finire come il signor Vegliardi, ogni nuovo capello bianco che si scopre durante le sue lunghe ispezioni allo specchio è per lui fonte di infinito tormento…”
“Irrilevante, Vostro Onore!”, strepitò Pagliuzzi, “Bugie, invenzioni!”
Il giudice riprese il Tempo, intimandogli di attenersi al processo. Questi acconsentì di buon grado.
“Ad ogni modo, Signor Giudice ed esseri umani qui riuniti, io sono tra voi oggi per aprirvi gli occhi. Quando avrò finito di parlare vi sarà chiaro che non io, bensì i vostri compagni terreni sono la causa della vostra fine”. Qui, un mormorio si diffuse nella sala, mentre tutti borbottavano senza capire le parole arcane dell’accusato.
“Sono addolorato per il Signor Vegliardi e per tutti coloro che si trovano a perdere la vita, spesso dopo prolungate sofferenze. Voi mi temete, perché ritenete che il mio scorrere vi porti man mano alla morte. Quasi come se io, da solo, potessi consumarvi lentamente, come se ogni minima frazione di me, ogni mio secondo, mano a mano rompesse irreparabilmente piccoli pezzi del vostro corpo. Come se io, il Tempo, procedendo rubassi tempo a voi. Ma come può il Tempo rubare il tempo? Non sono io che faccio avvizzire la vostra pelle, ‘arrugginire’ i vostri organi. Siete voi stessi, l’utilizzo che voi fate di voi stessi, a far sì che vi decomponiate lentamente. Io da solo non posso nuocervi affatto, ma l’aria che respirate, il cibo che mangiate…tutto fa sì che il vostro corpo imperfetto si stanchi. Come a dire che gli esseri viventi non hanno un limite di tempo, ma di utilizzo.
Io, il Tempo, sono solo un contenitore, l’arena all’interno della quale a voi e ad ogni altro oggetto o essere vivente è data piena libertà.  All’interno del Tempo si svolgono tutte le vicende: microscopiche, macroscopiche e nel vostro caso umane, in un infinito compenetrarsi. È l’attrito tra voi ed ogni altra componente del mondo che vi scalfisce, che vi porta via i pezzi.
Io e lo Spazio, vostri benefattori in quanto condizioni imprescindibili per la vostra esistenza, ci limitiamo a guardare.
L’invecchiare, dunque, a cui pone fine la vostra morte naturale, è frutto semplicemente del vostro continuo interagire con il resto del mondo, che si svolge sì all’interno di me, ma che da me non dipende in alcun modo. Così è stato e così sempre sarà; e se permettete che io qui vi lasci qualcosa su cui riflettere, non c’è niente di orribile nella Morte”.
Così terminò il Tempo il suo lungo discorso, a cui seguì un silenzio gelido. Nessuno dei presenti aveva l’aria di aver apprezzato particolarmente le parole dell’accusato. Pagliuzzi, anzi, colse al volo l’occasione per iniziare nuovamente a protestare, il suo tipico tono mellifluo gettato alle ortiche, e ben presto a lui si unì l’aula intera. Nel trambusto che seguì, tra gente che si alzava e agitava i pugni, il Tempo esasperato decise di girare i tacchi (o qualunque cosa il Tempo indossi al posto dei tacchi) ed andarsene. Sospirando, stropicciandosi le tempie con una mano, la sua figura impallidì progressivamente sino a sparire, e tanta era l’agitazione dei presenti che nessuno se ne accorse.
Solo il giudice, confuso, dovette ripensare a quel momento in particolare, perché gli parve distintamente di udire la voce gentile del Tempo sussurrargli in un orecchio: “La Morte non sarà male, amico mio, ma lascia che ti dia un consiglio: vacci piano con le aspirine”.


Marghe/ElfoMiope

venerdì 8 giugno 2012

L'artista - ElfoMiope


          Bene. è meglio che io non commenti il significato di questa storia, che penso si possa intuire comunque :)

                                                               L'artista

C’era una volta un grande Re. Questo Re, non essendo mai stato costretto ad entrare in guerra contro un qualche altro sovrano dei paesi vicini, si trovava costantemente a disporre di molto tempo libero. Per colmare dunque le sue lunghe giornate, aveva invitato ad abitare nel proprio castello decine e decine di artisti: v’erano, in quelle stanze di pietra, musici straordinari dalle voci simili al cinguettare degli uccelli, giullari i cui giochi facevano tremare l’intero castello per le risate degli spettatori, maghi capaci di stupire il più scettico degli alchimisti con migliaia di trucchi incredibili.
Eppure, il favorito del Re restava Aloisio.
Aloisio era un pittore, ma uno di straordinaria bravura. Da tutto il regno erano venuti  a sfidarlo, per guadagnarsi un posto alla corte del Re; eppure, nessuno era nemmeno riuscito ad avvicinarsi al suo genio.
I dipinti di Aloisio infatti sembravano magici: raffiguravano scenari meravigliosi e terre mai viste, tanto che in essi pareva potersi riflettere tutto il mondo che certamente si trovava racchiuso nella testa del pittore. Egli rendeva possibile l’impossibile: con una pennellata, nascevano le montagne. Un colpo di spatola, e uno zigomo si stagliava fiero su di un volto. E Aloisio, sebbene non ne facesse parola con il Re (infatti non credeva che qualcun altro, che non fosse lui stesso, potesse essere in grado di comprendere appieno la sua interiorità), assegnava ad ogni singolo tratto un significato. Nulla, per lui, era casuale. Sicuramente era questo che rendeva i suoi dipinti così straordinari: v’erano in essi infiniti significati nascosti, complessi ragionamenti che si traducevano, con un processo totalmente spontaneo, in immagini fantastiche. Impossibile non intuirlo, nonostante il pittore non fosse prodigo di spiegazioni.
In poche parole, l’arte di Aloisio faceva faville a corte ed il Re lo stimava e lo considerava un grande amico.
Fino al giorno in cui l’artista fece il suo ingresso nel castello.
L’artista era un uomo di mezz’età, benestante. Fin dalla prima volta in cui mise piede sul tappeto rosso del Re, gli occhi di tutti erano per lui. Emanava, dal suo sguardo, una sorta di aura di intelligenza, di sicurezza, con una dose di prepotenza che lasciò tutti a bocca aperta. Ad una guardia all’ingresso si spalancò addirittura l’elmo, con indubbio effetto cinematografico, rivelando uno sguardo imbambolato fisso su quello strano figuro.
L’artista si portò a grandi passi verso la lunga tavola imbandita dove il Re sedeva con Aloisio, immerso in una animata ma amichevole discussione. Quando fu giunto di fronte al sovrano, si esibì in un impercettibile inchino e con voce alta e sicura pronunciò queste parole:
“Vostra Maestà, mi presento: io sono Ambrogio Martino Secondo, e sono stato condotto fino a voi dal desiderio di diventare l'artista di corte”.
Il Re smise di parlare e volse lo sguardo sul nuovo arrivato.
“Ma io ho già un artista di corte, mio buon Ambrogio Paolino: è seduto ora al mio fianco. Dubito fortemente che tu possa anche solo avvicinarti, con la tua arte, alla sua magnificenza”.
Allora Aloisio non poté esimersi dall’entrare nella conversazione:
“Non siate precipitoso, mio Re”, esordì con modestia, “di artisti migliori di me sicuramente ne son nati e ancora ne nasceranno. Perché non mostrate al nostro Signore ciò di cui siete capace, Messer Ambrogio? Di sicuro avrete portato con voi uno o più esemplari del vostro lavoro”.
Allora l’artista, con grande stupore di tutti, avanzò di qualche passo e sputò nel piatto del Re. Poi, sotto gli sguardi attoniti della corte intera, raccolse il piatto e lo mostrò, alzandolo alto sopra la testa.
“Questa è la mia arte, mio Re!”, gridò; e come furioso scagliò il piatto in terra. Mille pezzi di terracotta volarono in tutte le direzioni.
Tutti i presenti fissavano l’artista ed i cocci, senza parole. Aloisio solo rideva esilarato, rompendo l’esterrefatto silenzio.
Infine, dopo quelle che parvero ore nell'atmosfera paralizzata della sala, il Re si alzò e parlò, balbettando:
“Ma… ma questo è oltraggioso, sì, oltraggioso… io, io ti chiedo perché l’hai fatto, e e ti ordino di rispondermi!”. Mai prima si era udito Re parlare con tono più incerto e minor convinzione.
“L’ho fatto, mio Re, per meravigliarvi", fu la risposta di Ambrogio, il quale esibiva ora un enigmatico sorrisetto, "Non è forse questo che fa il vostro artista di corte tutti i giorni, Sire, meravigliarvi? Io posso farlo anche ogni minuto, se me lo concederete. Vi garantisco che non conoscerete più la noia, con me”.
Aloisio smise finalmente di ridere: “Ma questo è inaudito, mio Re! Meravigliarvi? Ogni cosa può meravigliarvi, se glielo concedete, poichè ogni cosa è meravigliosa! Ogni suono, ogni odore… ma io cerco ogni giorno di farvi sognare con me, Sire, di portarvi con me nei miei infiniti viaggi della mente, mostrandovi cose che non si trovano da alcun'altra parte. Io voglio comprendere e imparare con voi, mio Re, non compiere gesti criptici volti solo ad un vile meravigliare, che invero meravigliare non è!”
Eppure il Re sembrava come sotto l’effetto di un incantesimo. “Mio buon Aloisio, amico mio”, iniziò, pensieroso, “non essere precipitoso, suvvia. Non vedi quanto sia nuovo ciò che il buon Ambrogio, qui, ha creato? Non provi anche tu un grande sconvolgimento? Nessuno, nessuno, si era mai comportato così in mia presenza. Eppure io non percepisco insulto alcuno! Vorrei, vorrei vedere altre cose di questo genere, comprenderne l’origine.” Qui sembrò riflettere per un secondo. “Ma sì, per Dio, c’è posto per più di un artista qui a corte! Ambrogio, fatemi l’onore di rimanere con noi, vi prego, meravigliatemi ancora.”
Aloisio era sconvolto, Ambrogio Martino raggiante; e tutta la corte annuiva con convinzione alle parole del Re, tutti volevano che l’artista li meravigliasse ancora e ancora.
Quello fu il giorno in cui iniziò il tramonto di Aloisio. Nessuno, adesso, sembrava più voler vedere le sue opere, passare del tempo a scoprire tutti i particolari e le minuzie dietro alle quali si celavano tante idee e tanti segreti. Il grande salone di pietra era diventato il regno di Ambrogio, ora, il regno delle sue folli trovate. Non passava giorno che l’artista non si rotolasse per terra, o prendesse una dama a capocciate, o leccasse un orecchio a qualcuno. Faceva tutto parte della sua opera d’arte, diceva.
E le opere di Aloisio, sole, rattrappivano.


Marghe/ElfoMiope

giovedì 7 giugno 2012

Bardi

Dame e Cavalieri,  bambini di ogni età.
Non narrerò una storia, ma incredibile realtà.
La vostra Margherita, scrittrice occasionale
è stata appena inclusa in un ebook niente male;
Mettendosi in combutta con altri bravi bardi
Cantato ha lei di cani, sia di razza che bastardi.
A chi di barboncini o di bulldog vuole sapere
Consiglio questo link, tosto andatelo a vedere!

giovedì 31 maggio 2012

A Tale of Gnomes


Hello my fluffy friends! As you might already tell, today I've decided to write my story for Dueparole3 in English. I didn't do it cause I wanna show off how cool and awesome and sunshiny I am: I did it cause this time it was Mattes (also known as Meepdude) to choose the words and I thought it'd be nice if he'd be able to read my story as well. 
NOW YOU NEED TO, BY THE WAY!!!  C:
The story was inspired by something I've read, about legends from the Indigenous Australians. Their gods created all the world by singing names, I guess. Well, I find this pretty damn IMAGINATIVE!
I'd just like to make one more thing clear: Brad and Fefe, YOU DON'T NEED TO WRITE IN ENGLISH! DON'T DO IT, YOU FOOLS! Fuggite, sciocchi :D
I did it for my pressssssciooussssss.

Ok, one last note: in English my dictionary and language-skills shrink down to the size of a strawberry. Just sayin' :)


                                                                      A TALE OF GNOMES

Mr. Sausage was very annoyed by now, as he slammed the door closed behind him to enter the reassuring shadows of his dwelling.
“Furf furf…cretin…furf furf”, (“furf”, far from having any meaning at all, is simply a multipurpose Gnomish word, useful to replace any other one or to gain time when ignoring an answer. “Cretin”, on the other hand, is an insult which later became part of the Human language as well).
The many fanciful insults the annoyed Gnome was now muttering between one “furf” and the other were meant for his neighbor, Mr. Slimy. Owing his name to his runny nose*, Mr. Slimy loved sitting for hours on the doormat in front of his mushroom-home, hoping in the transit of some neighbor he could reproach for anything he could think of.
“Furf…furf! What kind of idiot could ever live in a mushroom, anyway?”, Mr. Sausage kept going as he moved to his laboratory, casually grabbing and shaking different odd-shaped tools. 
A few minutes earlier that morning, Mr. Slimy had intercepted him on his way back from the hunt for magic metals and rocks to use in the lab and had sprung up from the doormat, sprinting to be fast enough and get on Mr. Sausage’s path before he could carry on and flee.
“Mr. Sausage? Got a minute, Mr. Sausage?”,  he had called, sniffing repeatedly and staring ostentatiously at our Gnome’s big round belly.
The owner of said belly had sighed and, as always, painfully decided not to run the neighbor over with his wheelbarrow. Instead, he stopped and answered Slimy’s impolite stare with a red face (just like a sausage’s, if only sausages would have faces!) and frowning eyebrows.
“What is it you want today…furf?”. In this case, “furf” had clearly taken the place of something much worse**.
“Why, nothing much, of course!”, cried the neighbor, sniffing louder than ever. “Just a little remark on last night, my friend, a little remark…that laboratory of yours, you know. I could swear I’ve heard odd sounds coming from it around two in the morning, my dear Sausage.  And, rabbits eat my house if I lie, a thin, wriggly something fell on my roof around sunrise, for I have clearly heard it going ‘wab wab-wab wab’ as it bounced and disappeared somewhere behind my mushroom”.
’Wab wab’!”, laughed Mr. Sausage, his face ‘sausage-er’ than ever. “That stuff you’ve got in your nose must’ve gotten to your brain after the last two hundred years of sniffing, must be. Now if you excuse me, I gotta bring these metal scraps up to my house”.
That said, he had outflanked an outraged and sniffing Mr. Slimy and walked the few more gnomecentimeters left to his tree house. Then, after hoisting up the wheelbarrow through a complicated mechanism of ropes, he had climbed the little ladder leading to the wood-carved door in the tree-trunk, in which he had disappeared.
This is where we had begun our story, with Mr. Sausage being very annoyed and walking in the house and slamming the door and picking up tools at random, and doing all that stuff old Gnomes do when they’re very angry, especially if they’re quite grumpy-natured, too.
But as he felt calm again a few seconds later, he started reasoning quickly, for quick were his wits. He knew he had no time to be restless in his own tree-house: what his neighbor had said was, for once, true. Mr.Sausage had understood exactly what the ‘wab-wabbing’ thing was, he had been looking for it that morning after losing it and he needed it back.
Quickly, he opened the backdoor (which was also some kind of secret door: no other Gnomes knew of it, at least not that nosy old Slimy; and that alone was enough),slid down the tree-trunk using an old rope and ran behind his neighbor’s mushroom-home, as sneaky as a round, red-faced Gnome could be. It didn’t take long until he sighted the shining of metal among the tall grass.
“There! There it is! Furf furf furf…” Furfing in excitement went the old Gnome, and picked up a long string of the shiniest metal: very thin it was, and flexible, and at a closer look it was possible to notice it was made of different tinier strings, braided together to form one.
Mr. Sausage rolled up the string (which made ‘wab-wabbing’ sounds as it wobbled threateningly through the air), put it in his pocket and climbed up the rope once more. As he closed the backdoor behind him, he looked around to make sure nobody was observing him: there was no one to be seen. The time was right to ultimate his invention!
First of all, he fed the Caterpillar*** (“why, thank you!”). Then, hasty as ever he headed once more to the laboratory where, especially in the last year, he used to spend most of his time. The hands shaking in expectation, he reached under the desk and picked up a strange object, whose equals had yet never been seen in the whole World; at least, not as far as Gnomes knew. This object had pretty much the curvy shape of a hourglass, but it was made of metal and its sides were quite flat. Something like a long, flat wooden stick started from the center of the curves and went straight out of the metal shape, culminating with a larger rectangular tip. Five strings ran from this tip to the other end of the fine wooden stick. Some of these strings were made of a strange, transparent material; but two of them looked shiny and braided and metal-like, just like the one Mr. Sausage had just picked up from the field.
Sweat dropped down his red face as he tied the last string close to the two metal ones. With those sausage-like fingers he had, for some minutes it seemed highly unlikely that he would succeed in this task. But then, with a cry of victory, the Gnome jumped up from his stool and shook the complete object in the air. In that moment a brave sunray, which had found his way through the only tiny window, fell upon the instrument: and the Guitar shone gloriously in the morning light. For this is how Mr. Sausage had secretly decided to name his invention: Guitar.
And this Guitar, mind you, was a very magical instrument. It was made of the legendary metals found in the Lizard Cave, a nearby site well known by all Gnomes in which no one dared venture, for many were the legends told about it. Often, in stormy nights, when the children were asleep, the inhabitants of the Gnome village would whisper of bloody battles, dead Gnome heroes and terrible fire-spitting lizards with wings.
“Furf furf…tales for idiots!”, is what Mr. Sausage had always said about it. “Nothing exists if I can’t imagine it”. And maybe he was right, cause being a very imaginative Gnome as he was, he had never been able to picture those fire-spitting lizards in his head. For this reason, the whole story was furf. And for this same reason, many a time he had entered the cave and extracted the precious minerals and metals.
Mr. Sausage already had an idea of the magic this Guitar of his could produce. He amorously caressed the strings with the right hand. Then suddenly, after grabbing the wooden handle quite tight with his left hand and spreading his fingers all over it in a random fashion, he hit all the strings very fast with his right. At the same time he sang ‘Hairy-footed brush!’ in ancient Gnomish.  And, sure enough,  a beard-brush with hairy wooden feet appeared out of thin hair and sat, wooden, on the floor. The Caterpillar was now cautiously looking at the Gnome as if thinking he was a total furf.
But little did Mr. Sausage care. “YIPPEEEE!”, he shouted and, strapping the Guitar to his back with strings made of braided grass, he ran out of the backdoor again and down into the field. As soon as he disappeared into the wild nature that surrounded his tree, he grabbed the magical invention again and drew more music from it.
Mucus with a home!”, he called in ancient Gnomish, inventing a new creature. One second later, a huge odd animal with a shell on its back**** was laying on top of his neighbor’s mushroom-house. Slowly, showing evident satisfaction, it bit a piece of the roof off. Of course, Mr. Slimy’s slimy nose immediately appeared  at the window:
“Curses!!! This is gonna take weeks to fix! Mrs. Slimy!!!”, he sniffed and sniffed, while Mr. Sausage laughed behind the grass. But he was not an evil Gnome and in ancient Gnomish he kindly whispered to the snail that it’d better have a nice stroll somewhere else in the forest. So, still chewing on the juicy piece of mushroom, the snail left, leaving a shiny trail of slime in Mr. Slimy’s garden.
Mr. Sausage merrily followed the animal, dancing and playing, still getting obvious pleasure from his neighbor’s complaints echoing behind him. Every time he stroked the magical strings with his fingers, new inebriating sounds filled the air; every time he sang the name of an inexistent thing, it mysteriously appeared.
“I made it! I made it! Legless lizard!”,  he shouted and sang in excitement, so that a legless lizard***** appeared and immediately slithered away, a look of evident outrage on its face. 
All day until dusk the Gnome ran like this in the forest, screaming new names, his guitar proudly singing its existence to the world. This was the time when countless objects, plants and creatures were born; some of them were destined to exist for hundreds, thousands of years, others just made a short appearance in the constant flowing of time.
Until at one point, as the sky turned red and the sun almost disappeared behind the enormous trees, Mr. Sausage sat thoughtfully on a stone. He was panting after all that running, but little did he care: all he could think of now was one more thing, something he had always desired. He was wondering if it’d be fair to ask it to the magical instrument he had put into existence.
“The hell!”, he said out loud in the end. “What could go wrong? What a bunch of furf!”
One last time he stood up, and struck the strings with his right hand. As a low pitched note vibrated from the Guitar, he sang: “Me being tall, and thin, and fair skinned! And a beautiful lady of the same size by my side!”.
He understood this was not what the Guitar was made for when something that felt like an earthquake unleashed somewhere behind him. Painfully conscious of still being short, red and fat as always, Mr. Sausage turned and thus witnessed the event that would change Earth forever: there were two huge creatures, standing among the trees. Their shapes had something to do with those of Gnomes, yet they were different. First of all, those creatures were tall. Very tall. ‘Almost two meters’, Mr. Sausage thought to himself. Secondly, they were not round. Actually, they were much taller than wide, which alone is something too wonderful and unimaginable even in a Gnome’s wildest dreams. Last but not least, their skin was fair and they had no beard. This one feature at least was something in which, Mr. Sausage was sure, he resulted much prettier than them.
As the huge creatures moved staggering in the forest, our Gnome wisely decided it was time to get back home. In fact, he fled with as much dignity as possible, for a round little creature wearing a red pointy hat. 
By now, the readers might have understood that the two beings, born by mistake, were the first woman and the first man. Now, since that ancient time when a Gnome sang them to existence, their number has grown and their habits have changed, but still these creatures are nothing but women and men. For thousands of years they’ve thought of stories that would explain their own creation; all of them were great, all the Creators glorious. How fun it will be, when the kin of Humans will finally look down and see the Gnomes for the first time! How hilarious, when they’ll hear the ancient Gnome tales, and learn the truth about their origin! For Humans are like they are, and little would they fancy to hear that the one to whom they owe their very existence is no one else but our short, fat, red-faced Mr. Sausage!

                                                                     THE END

                                                                           …
It might also be that our readers have more interest in knowing what became of our Gnome, than what became of Humans.
Well, it will make everybody’s heart lighter to know that Mr. Sausage got to be very famous in the village, because of his marvelous invention. With his Guitar he created a yellow, light form of alcohol that would make everybody agree on subjects they wouldn’t normally agree on (‘beer’, I guess, was the name of this magical liquid), he made flowers grow tall in the gardens of kind-hearted Gnomes. In other words, from grumpy and furfy as he was, he turned into a friendly Gnome, and the sun shone upon his hairy smile. It didn’t take long before pretty Ms. Braids fell in love with him; and it took even less for Mr. Sausage to love her back!
 Today the two Gnomes and their Guitar live together in the old tree house. And now the house has two floors and no backdoor, and many windows bring the daylight into its former darkness, and three hairy Caterpillars can dwell and dine in its sun-lit rooms.




*Among Gnomes, the final name evokes some characteristic of the subject and is given with the coming of age, around the seventy-sixth birthday. Before, children and youngsters are just called with provisory names, or simply Furf.  
**It is therefore undeniable, how this word could be put into good use in the language of Humans as well.
***The Caterpillar is a green, worm-shaped insect with a thousand legs. The reason why he isn’t called just “worm” originates from his relationship with the Gnomes: it’s not uncommon for Gnome households to host, depending on the size of the house, one or more Caterpillars. These Caterpillars are treated like members of the family, they’re offered food and a home. All they need to do, in exchange, is to serve nine hours a day as pillars for the fragile buildings, which could otherwise collapse on themselves. Having a very small house, Mr. Sausage hosted only one Caterpillar.
****For Humans: snail.
*****Or snake, as it was later called.




Marghe/Elfomiope

martedì 22 maggio 2012

Luna e il Gufo


Con dueparole2 siamo sclerati ed alla velocità della luce siamo partiti a scrivere :)
Questa storia mi ha dato non pochi problemi, perchè ho iniziato a buttare giù i primi paragrafi proprio A CAVOLO senza avere la più pallida idea di quel che sarebbe accaduto. Spero che questo non si evinca da ciò che ne è uscito alla fine ;P

Luna e il Gufo


<<Stasera, piccoli pesci, voglio raccontarvi la storia di come, molto prima che usciste dall’uovo, la nostra Fontana è diventata come oggi la vediamo. Dovete infatti sapere che non sempre le nostre acque sono state, nella notte, del colore nero del luccio, ma che anzi v’è stato un tempo in cui puntualmente al calare del Sole un pallido bagliore soleva bagnarne clemente la superficie cristallina. Io ero solo un giovane pesce rosso, a quel tempo, ma ricordo tutto perfettamente e posso definirmi un testimone; come fosse ieri, certe notti mi sembra di vedere di nuovo la luce perlacea emanata da Luna riflettersi e danzare pigramente sulle mie pinne. Eppure ormai so bene che quella luce non tornerà più: perchè Lei ha deciso di andare via. 

 Luna indossava un vestito bianco, luminoso come il riflesso della luna in uno specchio d’acqua.
 Ogni sera la trascorreva seduta sul bordo della grande Fontana, sfogliando tra le pallide mani un misterioso oggetto composto di tanti sottili fogli di carta; e il suo riflesso nella nostra acqua illuminava le lunghe notti in quell’era lontana. Se Lei riposava appoggiando il mento sulle ginocchia, il vasto alone bianco del suo vestito di luce la faceva sembrare una luna piena;  quando si sgranchiva arcuando la schiena, invece, il riflesso imitava perfettamente la forma aggraziata della mezzaluna.
 Era, Ella, un’amante della notte, ed alla notte donava con la sua presenza la bianca luce del giorno.

Lui era inguainato in un completo nero che ne evidenziava la figura emaciata, seppur in parte celata da un pesante mantello intessuto con centinaia di piume di gufo brune, notevole segno distintivo di un bravo cacciatore; era un puro figlio del crepuscolo e dell’oscurità. 
Apparve per la prima volta in una fresca notte di Ottobre; e da allora tutti i giorni al calar del Sole si avvicinò alla Fontana fermandosi alle spalle di Lei senza emettere un suono,  tanto che persino il suo mantello pareva non voler frusciare al vento per non rovinare la solennità di quell’assenza di rumore: è leggenda ben nota tra i pesci e tra gli uomini che il cacciatore, indossando in qualche modo le proprie prede, ne assuma le qualità. Ed i molti gufi che, per mano dell’uomo col mantello, avevano perduto vita e piume, gli avevano conferito il dono del silenzio.
Nessuno di noi, dalla Fontana, l’ha mai notato passare, nemmeno Luna;  io soltanto, che posso considerarmi un pesce piuttosto sveglio, l’ho subito individuato vedendo il bagliore di Lei riflettersi di tanto in tanto sulle sue piume di gufo o nei suoi grandi occhi scintillanti. Per settimane o forse mesi  egli continuò ad avvicinarsi alla Fontana ed io lo tenevo d’occhio. Giungeva e per ore ed ore, non visto, contemplava Luna, quella magica creatura che faceva impallidire al confronto il grosso astro bianco lassù, lontano lontano nel cielo, che è la luna degli esseri che vivono in superficie.

Poi una notte ciò che avevo temuto accadde, senza che io potessi far nulla: egli gettò in terra il suo scuro mantello di gufo, così che noi tutti ed anche Luna fossimo in grado di vederlo chiaramente. Lei alzò gli occhi per scrutarlo in viso, ma per il resto non si mosse: immobili, i due si fissavano. Quando infine lui si avvicinò a grandi passi, anche Lei si alzò in piedi. A lungo stettero così, i due, tanto che vedendoli fu chiaro come si completassero a vicenda. Il Gufo e la Luna, così diametralmente opposti,  si appartenevano. Iniziarono a parlarsi e le loro voci non avrebbero potuto suonare così diverse l’una dall’altra: bassa e rasposa quella di lui, dolce e cristallina quella di Luna. Pur non essendo in grado di comprendere cosa dicessero ascoltammo come incantati, per la prima volta, le melodiose parole della nostra benefattrice. Ma dovemmo imparare sulle nostre scaglie che le cose belle non durano per sempre.
Fu così che, improvvisamente, la perdemmo. L’ultima volta che vidi il suo miracoloso bagliore fu quando si piegò brevemente a raccogliere il pesante mantello di piume; un attimo dopo, lo gettò sulle sue bianche spalle e su quelle di Gufo al contempo e anche Lei come lui divenne buia.

Da allora scomparve dal giardino e dal bordo della Fontana; non più tornò ad illuminare le nostre notti che sono diventate atte solo al dormire. 
Eppure continua ad esserci tra di noi qualche sciocco che spera, un giorno, di vedere la nostra Luna sedersi accanto alla Fontana per farci nuovamente dono di quella bianca luce che Gufo egoista ha voluto rapire e avere solo per sé.>>


Marghe/ElfoMiope

giovedì 17 maggio 2012

Il capitano Bakkebaarden ed il terribile saccheggio delle banane

Cari, dolci e freschi lettori, ho tardato a presentarmi sul mio stesso blog (*il noooostro blog*, direi con voce da Gollum) ben sapendo che chiunque possa mai voler leggere un qualcheccosa scritto da me debba probabilmente essere qualcuno che già mi conosce e che mi vuole un gran bene. Sennò la cosa non si spiegherebbe.
A parte le mie auto-denigrazioni, vi annuncio che oggi, TATTARATà-TATà, vi ho portato una storia! Forse una favola, più che altro. Forse sono ossessionata dalla favole. Forse ora la smetterò di cianciare e copiaincollerò qui il racconto che le oscure parole di Carlo (banana-teletrasmittente) mi hanno ispirato.
Forse vi saluterò con un grande sorriso e con altrettanto grandi occhiaie! Buona notte, buona notte :) Miao!


Il capitano Bakkebaarden ed il terribile saccheggio delle banane

Correva l’anno 1901. Correva anche una nave, fendendo impietosa le acque dell’oceano e guadagnando con la fatica e la lotta contro le onde ogni metro rimanente che la separava dalle rigogliose coste d’Africa.
Ma più della nave (essa non aveva infatti alcun segno particolare che la distinguesse dalle altre navi) a noi interessano gli uomini che avevano vissuto  per settimane su quello sgraziato ammasso di metallo, senza soste. Già è importante notare, per capire le vicende qui narrate, che uomini disposti  a passare settimane facendo assaggiare ai propri piedi null’altro che il gelido acciaio, il cuoio delle scarpe e forse, a volte, il legno, son di certo stranissimi animali. Questi uomini, come se non bastasse, erano comandati da un animale ancor più strano:  era, egli, il capitano Bakkebaarden.
Il capitano Bakkebaarden coltivava strani vizi che erano diventati molto comuni tra i suoi simili. Amava infatti fumare la pipa, sputacchiare, tracannare litri di una sostanza velenosa misteriosamente chiamata alcool, sputacchiare e imporre la propria volontà su quella degli altri. Un suo ulteriore vizio, che condivideva con gli uomini del suo equipaggio, era inseguire navi mercantili, colpirle ripetutamente con fragorose cannonate ed infine saccheggiare tutte le ricchezze racchiuse nelle stive.
Il destino volle che su una di quelle sventurate navi, incontrata poco al largo della costa africana, i nobili filibustieri trovassero due telescriventi.  Queste erano all’epoca macchine innovative e dal grande valore; rimuovendo da una delle tastiere il cadavere di un marinaio trafitto da una baionetta, il capitano Bakkebaarden in persona si impossessò delle telescriventi e le riportò con sè nella propria cabina. Da allora, nessuno le vide più, nè se ne interessò. Fino a che...
Fino a che i nostri non gettarono l’ancora in una piccola spiaggia del Congo.
Bakkebaarden scese sulla terraferma e scelse di portare con sè in esplorazione un ristrettissimo gruppetto di uomini accuratamente selezionati: Hoofddeksel, un biondone roseo di due metri e sette centimetri, facilmente riconoscibile per l’elmo cornuto che indossava come discutibile tributo ai suoi antenati vichinghi;  Zekering, un nanetto scuro di capelli che sembrava l’antitesi di ogni altro marinaio presente sulla nave e che aveva una incontrollata passione per il fuoco;  e il giovane Kai, scelta dubbia ed inspiegabile in quanto costui era un marinaio smilzo, lentigginoso e pauroso che aveva trascorso i tre quarti del viaggio a vomitare sul ponte e a ripulirlo.
Quelle giornate furono gloriose, per l’equipaggio rimasto sulla nave: notte e dì vollero bere e dormire i marinai, ora che era lontano il feroce capitano Bakkebaarden. Quel che non sapevano e che probabilmente non avrebbero mai trovato interessante, non potendo prevedere come si sarebbe evoluta la vicenda, era che il loro capitano aveva stipato in un enorme sacco le due altrettanto enormi telescriventi e che aveva dato in affidamento questo sacco al gigantesco Hoofddeksel, incaricandolo di portarlo sempre con sè.

Erano ormai passate ventiquattr’ore da quando Bakkebaarden ed i suoi scagnozzi si erano allontanati dalla nave. Subito ad attenderli, pochi metri dopo il bagnasciuga, avevano trovato una fitta e verdissima foresta. Per tutto il giorno i il gruppetto aveva vagato in essa, i tre marinai confusi ed incerti e il capitano con un obiettivo ben preciso. Egli aveva messo i suoi sottoposti a conoscenza del semplice piano:  scopo di quella tappa era in realtà nientemeno che trovare la più famosa tribù del Congo, i Piesangs, rinomati in tutta Europa per il loro monopolio di quella nuova ricchezza che veniva ormai definita “l’oro più giallo dell’oro”: le banane. Eh già, perchè ormai in tutti i salotti dell’alta società, che ci si trovasse in Olanda o in Italia, in Inghilterra o in Germania, ciò che aveva sostituito le eleganti tartine di salmone erano le banane; ciò che aveva preso il posto del contorno per la carne, ancora le banane; invece delle grandi torte alla panna venivano serviti, ebbene sì, grandi dolci alle banane.
Erano le banane insomma, questi frutti esotici e misteriosi, che determinavano il grado di raffinatezza di un happening mondano. Così come sarebbero state le banane a permettere al capitano Bakkebaarden, almeno secondo i suoi piani, di abbandonare per sempre la vita del bucaniere, farsi un bel taglio di capelli con permanente e ritirarsi in qualche posto fresco e lontano dall’acqua dove tutti lo avrebbero chiamato “signore” limandogli le dita dei piedi. Anche se quest’ultima parte del suo piano, bisogna dirlo, già costituiva la sua vita di tutti i giorni.
Il capitano nutriva dunque la speranza di trovare la tribù dei Piesangs. Invece, com’era prevedibile, furono loro a trovare lui.
Il secondo giorno infatti, al mettere piede in una radura, i quattro avventurieri furono sorpresi da un’imboscata abilmente tesa dalla tribù indigena: in pochi secondi i nostri passarono dal credersi completamente soli e al sicuro al vedersi circondati da una quarantina di facce scure e dipinte con complicati motivi tribali, che li scrutavano con curiosità.
“Spacchiamo li le faccie!”, ruggì Hoofdekksel (le inesattezze grammaticali sono state meticolosamente lasciate nella frase per rendere il più fedelmente possibile il modo in cui fu pronunciata).
“Diamogli fuoco!”, urlò Zekering, agitando una tanica d’olio ed una scatola di fiammiferi che aveva tirato fuori da chissà dove.
“Mammina!”, squittì Kai terrorizzato, voltandosi e facendo per fuggire per fratte.
“Salve a voi, e che le banane crescano gialle sui vostri alberi!”, parlò il capitano Bakkebaarden in perfetto Piesangese e nel contempo acchiappando Kai per la collottola. Ma non ci fu effettivamente bisogno di trattenere il lentigginoso:  egli, i marinai e tutti gli indigeni, infatti, erano rimasti di sasso al sentire il capitano pronunciare parole in quella lingua rara.
“Io ed i miei tre...amici, veniamo da voi in pace per proporvi un equo scambio” Il capitano fece una pausa ad effetto, in cui la tensione nell’aria era palpabile insieme con la confusione dei tre marinai. Kai vomitò. “Osservate, prego, i magici artefatti del mio popolo i cui poteri incredibili potrebbero appartenervi anche seduta stante”
Così dicendo, egli fece cenno a Hoofdeksel di passargli il sacco contente le telescriventi; il gigante depositò questo pesantissimo sacco tra le braccia pelose del capitano; il capitano cadde in terra.
Ma subito si rialzò.
“Kai!”, sbraitò, in olandese, “fatti aiutare dall’idiota e portati laggiù una teletrasmittente”. Sotto gli sguardi incuriositi e divertiti degli indigeni, Hoofdeksel e Kai portarono una delle due macchine giganti ad una estremità della radura. Poi, il capitano si fece aiutare dal gigante a posizionare l’altra ad una certa distanza dalla prima.
Bakkebaarden alzò con gesto teatrale un dito in alto sopra la tastiera.
“Osservate il potere fluire attraverso le mie mani!”, urlò con voce tremante nella lingua indigena. Sembrava fuori di sè mentre, madido di sudore, cimentandosi nell’impersonazione di quello che secondo lui doveva essere un mago, batteva velocissimo sulla tastiera. Il testo risultante, che inviò subito alla telescrivente dell’appiccicaticcio Kai, fu: “Ashashala dammibadda ashamalla rashallà”.
Dopo un attimo di incertezza, arrivò al macchinario del capitano la risposta: “si?”.
Impossibile descrivere lo stupore e lo sgomento che tale comunicazione senza fili causò negli indigeni. Essi si agitavano, confabulavano, scuotevano le proprie lance. Infine, quello che sembrava essere il capo, in quanto più grasso e dipinto di tutti, avanzò a larghi passi verso Bakkebaarden.
“Cosa vorresti tu, mago bianchiccio, per i tuoi artefatti incantati?”, domandò nella propria lingua.
“Niente di più semplice, mio morbido amico: consentici di prelevare qualche chilo di banane”.
Improvvisamente la giungla risuonò di risate: erano i Piesangs, tutti insieme, che avevano preso a rotolarsi in terra e sembravano incapaci di trattenere l’ilarità che le parole del capitano avevano suscitato in loro. Il capo, specialmente, rideva con particolare trasporto.
“Banane?! Banane!? Voi credete che noi potremmo mai voler scambiare le nostre banane con questi ammassi di ferraglia?!”, riuscì infine a dire il pingue capo tribù. Poi, tornando serio: “Essi sono magici certo, divertenti, è vero,  ma lascia che ti chieda una cosa: puoi forse mangiarli?”
Bakkebaarden ed i pirati non risposero.
“E ti farò un’altra domanda:  reputi forse che la vostra sciocca magia sia superiore a quella delle banane? Ti credi migliore di un banano solo perchè il tuo popolo ha creato per te questi marchingegni? Bene, io ti dico: prova, come noi, a sedere per giorni di fronte ad un banano. Prova anche tu, per giorni e settimane, ad osservare un casco di banane crescere. L’hai mai visto, tu, che ti reputi tanto intelligente? Hai mai avuto il tempo, tu, di vedere la vita generare la vita?
Gli sciocchi gingilli che avete portato da lontano stupiscono, certo. Forse voi per essi avete anche trovato un buon utilizzo. Ma qui da noi chi vuole recare un messaggio, cammina. Chi vuole parlare con qualcun altro, si incontra. Chi vuole iniziare una conversazione, incrocia lo sguardo del suo interlocutore. Eppure sia nelle nostre terre che nelle vostre, immagino, le persone hanno bisogno di mangiare per vivere. Sono le banane, qui, che ci donano la vita. È a loro che dobbiamo la nostra salute e la nostra robustezza.
Non avrai banane, straniero pallidiccio. In loro risiede la vera forza; di loro noi ci nutriamo. Ma delle tue macchine, non sappiamo che farcene.
E adesso addio”.
Così parlò il capo, e con tutta la tribù voltò le spalle e se ne andò.
 Ma quella stessa notte Bakkebaarden e Zekering vollero dimostrare loro come le banane fossero in confronto alla civiltà totalmente prive di potere: e con l’olio e i fiammiferi appiccarono un grande fuoco e bruciarono il villaggio con molti dei suoi abitanti e tutte le sue banane.  Quando tornarono alla nave, dovettero annunciare che la missione era fallita, la fonte di guadagno perduta;  così dopo settimane e settimane di  viaggio i pirati tornarono alla patria, di pessimo umore.

Ma colui che più di tutti soffriva di malumore era lo sventato capitano Bakkebaarden. Egli infatti sapeva di aver fallito clamorosamente. Lo capiva non perchè ancora non aveva abbandonato la vita del bucaniere, perchè non poteva permettersi un nuovo taglio di capelli con permanente o perchè nessuno lo chiamasse più “signore” limandogli le dita dei piedi;  no, egli in cuor suo aveva compreso che il suo più grande fallimento era stato credere che la vera forza risiedesse nel potere di togliere la vita; e non in quello di donarla.




Marghe/ElfoMiope